Cuba, l’embargo che strozza e la crisi energetica: rispunta la saggezza antica dei mulini a vento

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A Cuba, dove il blocco petrolifero imposto dagli Stati Uniti – e ora nuovamente inasprito sotto la presidenza Trump, tornato alla Casa Bianca – ha ridotto all’osso le forniture di carburante, la popolazione sta rispolverando una tecnologia d’altri tempi per sopravvivere all’emergenza elettrica. I vecchi mulini a vento, quelli che per decenni erano stati abbandonati nei campi o arrugginiti dietro le case rurali, vengono rimessi in funzione con paziente maestria artigianale: servono a mantenere attive le pompe dell’acqua, a garantire un minimo di approvvigionamento idrico domestico e a sopperire, nei limiti del possibile, a una rete nazionale che ormai funziona a singhiozzo. Le interruzioni di corrente, ormai quotidiane, si accompagnano a un razionamento severo della benzina, i cui prezzi sono schizzati alle stelle, mentre il turismo – tradizionale ancora di salvezza per l’economia locale – subisce un vistoso calo di flussi e introiti. In questo quadro, l’isola sembra riscoprire una resilienza fatta di ingegno e memoria, lontana da ogni retorica di regime.

Un blocco che non concede tregua

Le misure restrittive decise da Washington, e mantenute con ferrea coerenza dall’attuale amministrazione, colpiscono Cuba in uno dei suoi punti più vulnerabili: l’accesso ai combustibili. Senza petrolio, non si muovono i generatori delle centrali termoelettriche – già fatiscenti per mancanza di manutenzione – e non si riforniscono i camion che portano cibo e medicinali fino ai centri più isolati. La carenza di carburante si riverbera così su ogni aspetto della vita quotidiana: limita la possibilità di conservare alimenti in frigorifero, rende difficoltosa la preparazione dei pasti, ostacola il funzionamento dei ventilatori e dei condizionatori in un clima tropicale opprimente, e mette a rischio persino l’erogazione dei servizi sanitari di base. Alcuni osservatori parlano di una delle crisi più gravi mai registrate sull’isola dal dopoguerra a oggi, e non mancano le voci di chi teme una deriva umanitaria se il quadro dovesse persistere.

La risposta popolare: riparare, non sostituire

Di fronte all’impossibilità di importare nuovi generatori o pannelli solari – anche questi bloccati dalle sanzioni – i cubani hanno ripiegato su ciò che resta del vecchio mondo agricolo. I mulini a vento, un tempo usati per macinare grano o sollevare acqua nei latifondi, sono stati ripuliti, ingrassati nei meccanismi e rimontati con perizie tramandate da generazioni. Non si tratta di una soluzione miracolosa, chiaramente, né tantomeno di una risposta capace di scongiurare i blackout: ma permette ad alcune famiglie e piccole comunità rurali di non restare completamente a secco. Le pompe idriche azionate dalle pale che girano, spinte dall’aliseo caraibico, rappresentano una sorta di resistenza silenziosa e materiale, lontana dalle dichiarazioni ufficiali o dalle cronache dei grandi media internazionali. La scelta di riparare, anziché sostituire, dice molto dello stato d’animo collettivo: un pragmatismo duro, privo di illusioni.

La geopolitica del carburante e l’ombra russa

Proprio mentre l’embargo stringe, Mosca cerca di giocare le sue carte. Il ministro dell’Energia russo, Sergei Tsivilev, ha annunciato l’invio di una seconda nave carica di petrolio destinata all’isola, confermando la volontà di eludere – o meglio, di sfidare – le restrizioni imposte da Washington. Una prima nave era già arrivata nei mesi scorsi, ma il quantitativo complessivo rimane largamente insufficiente a coprire il fabbisogno nazionale. L’iniziativa russa, per quanto politicamente significativa, non scalfisce la sostanza della crisi: Cuba continua a dipendere da forniture irregolari e costose, mentre le raffinerie locali operano a regime ridotto per mancanza di greggio e di pezzi di ricambio. Intanto, a L’Avana e nelle province orientali, i blackout si susseguono senza preavviso, e l’acqua potabile arriva a intervalli sempre più lunghi. I mulini a vento, in questo scenario da sopravvivenza, non sono una nostalgia romantica: sono una necessità nuda e cruda.

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