Cuba, l’incriminazione di Raúl Castro e l’embargo che affama: la crisi totale sotto la dittatura del silenzio
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Redazione Esteri
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La Casa Bianca ha rialzato la pressione sull’Avana con un ritmo che ricorda le peggiori fasi della Guerra Fredda, eppure il quadro geopolitico è cambiato radicalmente: l’incriminazione formale dell’ex presidente Raúl Castro per l’abbattimento dei due aerei civili del 1996 – avvenuto, come si ricorderà, nel cielo internazionale – riaccende i riflettori su una dittatura che, priva del carisma del fratello Fidel, regge ormai solo grazie a un apparato poliziesco e a una narrazione di resistenza logorata dalla fame.
La strategia, che i falchi della Florida non esitano a definire a tutto campo, non si limita però ai tribunali federali: il vero nodo è economico, e scorre nei blackout quotidiani che paralizzano l’isola, dove il regime di Díaz-Canel, erede designato di una rivoluzione morente, si trova oggi a gestire una bomba sociale innescata dalla carenza di petrolio e dall’inasprimento delle sanzioni voluto da Trump, tornato da oltre un anno alla Casa Bianca.
Il collasso energetico, certificato dalle testimonianze dirette del missionario ligure don Claudio Arata – il quale, dalla diocesi di santa Clara, descrive ospedali che rinunciano agli interventi perché senza acqua né corrente – è solo il sintomo più visibile di una devastazione umanitaria che non fa notizia nei talk show, ma che trasforma ogni giorno la sopravvivenza in un atto di accattonaggio.
Don Claudio racconta di persone che “bussano alle porte delle parrocchie dicendo di non mangiare da giorni”, e in questo vuoto di Stato si inserisce l’unica rete ancora funzionante, quella della Chiesa cattolica, la quale – attraverso Caritas e le mense parrocchiali – si è fatta carico persino della distribuzione degli aiuti umanitari inviati (con il contagocce) dagli Stati Uniti dopo l’uragano Melissa.
Una beffa, se si considera che lo stesso governo americano che finanzia quei viveri è lo stesso che ha appena inserito nel mirino delle “sanzioni secondarie” qualsiasi banca estera osi finanziare il commercio con L’Avana.
La dottrina Monroe rivive nel silenzio diplomatico
Sullo sfondo, aleggia la vecchia dottrina del “cortile di casa”, che Washington sembra voler ripulire dai regimi eretici con la stessa determinazione usata in Venezuela. L’invio della portaerei Nimitz nel Caraibi non è un dettaglio trascurabile, né lo sono le parole dei vescovi delle Antille, i quali – in un raro documento di forte dissenso – avvertono che “Cuba non ha bisogno di altro dolore” e chiedono che gli aiuti non vengano ostacolati dalla “manipolazione politica”.
Ma sul terreno, la realtà è ferrea: mancano i farmaci, le famiglie devono comprare da sole le garze per i propri cari ricoverati, e la paura di un conflitto con gli Stati Uniti si mescola alla rassegnazione di chi, come sottolinea don Arata, “non ne può più di tanto dolore”.
La sinistra italiana grida “genocidio”, ma l’isola sprofonda
A migliaia di chilometri di distanza, la reazione della politica italiana si manifesta in una mozione presentata a Verona da Sinistra Italiana, la quale – liquidando l’embargo come “genocida” – chiede al consiglio comunale una nuova raccolta di farmaci e solidarietà al popolo cubano. Un gesto rituale, che però stride con la complessità di una nazione dove l’opposizione interna è stata silurata e dove le chiese sono diventate gli unici sportelli di assistenza.
Del resto, la strategia della Casa Bianca non mira a un’invasione, bensì a un collasso controllato: asfissiare l’economia fino a innescare una resa del regime, magari imitando lo schema già collaudato (seppur con esiti contraddittori) in Sudamerica. Le avvisaglie ci sono tutte: dalla lista nera contro GAESA, il conglomerato militare che gestisce le tangenti dell’isola, alla pressione costante della CIA, passando per i blackout che ormai durano più ore di quante ne resti di luce.
Eppure, mentre l’amministrazione Trump gioca a scacchi con la vita di undici milioni di cubani, il paradosso rimane intatto: l’embargo, nato per affamare il regime, affama soprattutto i pensionati e i bambini, e la chiesa locale – sospesa tra la denuncia della crisi e la necessità di collaborare con il nemico per distribuire il cibo – rappresenta l’ultimo, fragile argine contro la disintegrazione sociale.
Le navi cariche di aiuti arrivano contate, l’acqua scarseggia e la dittatura, incapace di garantire il minimo per la sopravvivenza, regge solo grazie all’abitudine alla rassegnazione e alla mancanza di alternative. Per ora.




