La portaerei Nimitz nel mar dei Caraibi e l’incriminazione di Raúl Castro: la nuova pressione massima di Washington sull’Avana
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Redazione Esteri
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Il gruppo da battaglia della portaerei USS Nimitz – un’imponente formazione che include il cacciatorpediniere USS Gridley e il rifornitore USNS Patuxent – ha fatto il suo ingresso nel mar dei Caraibi. Un movimento che, sebbene il Southern Command abbia voluto definire come “attività di routine e deterrenza”, arriva al culmine di una settimana già rovente per i rapporti bilaterali. Solo poche ore prima, la giustizia americana aveva alzato il tiro in modo esponenziale, incriminando l’ex presidente cubano Raúl Castro per omicidio in relazione all’abbattimento di due aerei civili, avvenuto nel lontano 1996. Questa accusa, depositata presso la corte distrettuale della Florida meridionale, sembra avere per l’amministrazione Trump un sapore squisitamente politico: quello di trasformare un episodio ormai datato – la morte di quattro civili abbattuti dai MiG cubani – in una leva formidabile per legittimare un’escalation che molti osservano già sul campo.
L’assedio finanziario e la morsa dell’embargo energetico
Sul terreno, intanto, la vita per gli abitanti dell’isola si è fatta drammaticamente più dura. La crisi energetica, che da mesi tiene interi quartieri dell’Avana al buio per oltre venti ore al giorno, ha raggiunto livelli di guardia. La carenza di combustibile è tale che le proteste sono esplose in diverse zone della capitale, con residenti che hanno bloccato le strade e suonato pentole per chiedere il ripristino della corrente, mentre la polizia – almeno in una prima fase – osservava senza intervenire. Il regime di Miguel Díaz-Canel attribuisce la responsabilità di questo collasso proprio al “blocco energetico genocida” imposto da Washington, che minaccia dazi punitivi verso qualsiasi nazione osi rifornire l’Avana di petrolio. In questo quadro di pressione totale, la segreteria di Stato, guidata da Marco Rubio, ha ribadito la disponibilità a stanziare cento milioni di dollari in aiuti umanitari, un’offerta che l’Avana ha però finora rifiutato, temendo evidentemente che accettarla significasse cedere a quella narrativa di “cambio di regime” che la Casa Bianca sembra aver disegnato per Cuba.
La diplomazia delle cannoniere e il fantasma del Venezuela
La presenza della Nimitz nelle acque caraibiche, alimenta inevitabilmente il parallelo con quanto accaduto pochi mesi fa in Venezuela. Allora, un accumulo simile di forze navali fu il preludio all’operazione che portò alla cattura di Nicolás Maduro, e oggi il timore – coltivato abilmente dalla propaganda dell’isola – è che lo stesso copione possa ripetersi all’Avana. L’Unione dei Giovani Comunisti ha reagito mobilitando centinaia di studenti e professori in un “atto di riaffermazione rivoluzionaria”, mentre il governo cerca di alzare il volume della retorica anti-imperialista per ricompattare un consenso popolare che appare sempre più fragile. La risposta di Donald Trump, interpellato sulla possibilità di un intervento, è apparsa volutamente vaga: “No, per niente”, ha detto riferendosi all’intimidazione, salvo poi aggiungere che l’America è determinata ad “aiutare” l’isola, un’ambiguità che lascia aperti tutti gli scenari.
Il ritorno della Guerra Fredda: Mosca e Pechino in scena
La reazione della comunità internazionale non si è fatta attendere, restituendo a questa crisi un’atmosfera marcatamente novecentesca. Se da un lato Mosca, attraverso la portavoce Maria Zakharova, ha parlato di “popolo fratello” caraibico correndo in soccorso verbale dell’Avana, dall’altro Pechino ha tuonato contro le “misure coercitive unilaterali” degli Stati Uniti. Un sostegno che, sebbene privo di sostanza militare immediata, conferisce a Díaz-Canel quella copertura politica necessaria per resistere alla morsa americana. In un contesto geopolitico già surriscaldato dalle tensioni in Ucraina e in Medio Oriente, lo schieramento della Nimitz e l’incriminazione di Castro rappresentano per Washington un test cruciale: verificare se, nella sua zona d’influenza tradizionale, abbia ancora la capacità di imporre la propria agenda, sfidando l’asse strategico che lega L’Avana a Mosca e Pechino.




