Guerra in Iran, il New York Times rivela: “Gli Usa hanno prosciugato le scorte di missili”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il colosso armato americano, abituato a proiettare la propria potenza da un capo all’altro del globo, scopre improvvisamente di avere dei limiti, e questi limiti – per quanto incredibile possa sembrare – sono di natura aritmetica. A poco più di un mese dall’inizio del conflitto che ha visto gli Stati Uniti impegnati in una campagna militare senza quartiere contro l’Iran, il Pentagono si trova a fare i conti con una realtà che nessuna strategia di proiezione di forza poteva prevedere: gli arsenali, quelli veri, quelli fatti di acciaio e materiali pregiati, sono stati letteralmente prosciugati. Secondo una ricostruzione dettagliata del New York Times, che cita analisi interne del Dipartimento della Difesa confermate da fonti congressuali, gli Stati Uniti hanno bruciato in poche settimane una quantità di armamenti pensata e accumulata per durare anni o, per meglio dire, progettata per uno scenario bellico di una complessità del tutto superiore, come quello di un eventuale confronto diretto con la Cina.

Numeri da capogiro per un conflitto ad alta intensità

Non si tratta di semplici razioni di guerra, ma di vere e proprie colonne portanti della deterrenza americana; parliamo, ad esempio, dei missili da crociera Stealth a lungo raggio, una tecnologia sofisticatissima pensata per penetrare le difese nemiche più avanzate. Ebbene, di questi ne sono stati impiegati circa 1.100, una cifra che rappresenta praticamente la totalità delle riserve strategiche disponibili. A questi si aggiungono oltre 1.000 vettori Tomahawk – i celebri missili da crociera subsonici – una quantità che, per dare un termine di paragone, equivale a circa dieci anni di acquisti ai ritmi di produzione ordinari. Il dato, reso ancora più allarmante dalle valutazioni del Center for Strategic and International Studies (CSIS), riguarda anche i sistemi di difesa: più di 1.200 missili intercettori Patriot, ciascuno dei quali costa oltre 4 milioni di dollari, sono stati lanciati per contrastare le contromisure iraniane. Le spese, stando a stime indipendenti, viaggiano sul filo del miliardo di dollari al giorno; solo nelle prime 48 ore di bombardamenti, le munizioni consumate avrebbero raggiunto un valore di circa 5,6 miliardi di dollari.

L’impatto sulla strategia globale

Se la macchina da guerra americana mostra questa voragine nei conti della spesa, le ripercussioni non si limitano certo al solo teatro mediorientale. Il rischio concreto, evidenziato dagli analisti del Pentagono, è che lo “zoccolo duro” della potenza di fuoco necessaria a sostenere un conflitto su larga scala in altri teatri operativi – in primis nel Pacifico – sia stato pericolosamente eroso. Per rimpinguare gli arsenali ai livelli precedenti all’operazione, non basterà scrivere un assegno: servono anni di produzione industriale, e la catena di fornitura, con i suoi tempi lunghi per la produzione di razzi a propellente solido e componenti elettronici, rappresenta un collo di bottiglia difficile da superare. Non si tratta di una condizione di resa o di debolezza immediata, sia chiaro, ma di un’evidente crepa nella narrazione di un’invincibilità che fino a ieri sembrava scontata; l’Iran, da parte sua, sebbene colpito duramente dalla campagna militare, sembra aver compreso meglio di altri la logica del logoramento: colpire con mezzi più economici e semplici da rimpiazzare per costringere l’avversario a spendere risorse preziose e quasi “irripetibili” alla stessa velocità con cui si esaurisce una riserva di cassa.

L’incognita dei rifornimenti e la produzione industriale

L’amministrazione, consapevole di questo vulnus, ha già annunciato accordi pluriennali con i principali contractor della difesa (Lockheed Martin su tutti) per quadruplicare la produzione di sistemi d’arma “di classe eccelsa”. Tuttavia, c’è un nodo cruciale che non può essere tagliato con un semplice comunicato stampa: la volontà politica di stanziare i fondi necessari. Il Congresso deve ancora approvare i finanziamenti aggiuntivi per avviare la produzione su vasta scala; in assenza di questi, il Pentagono si trova costretto a razionare le risorse, spostando bombe e missili da basi situate in Europa e in Asia verso il Medio Oriente, indebolendo così – di fatto – la capacità di risposta immediata sugli altri fronti caldi del pianeta. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha ovviamente rigettato le conclusioni del New York Times, definendole “false” e ribadendo che gli Stati Uniti possiedono la forza militare più potente del mondo, “pienamente fornita” di armi. Ma i numeri, quelli degli impieghi e delle scorte residue, raccontano una storia leggermente diversa: una storia di una superpotenza che, per la prima volta da decenni, misura l’enorme divario che intercorre tra gli obiettivi geopolitici e la reale, fisica, consistenza del proprio magazzino bellico.

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