La guerra in Iran prosciuga gli arsenali americani: missili da centinaia di miliardi bruciati in sette settimane
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Redazione Esteri
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Il conflitto contro l'Iran, iniziato ufficialmente il 28 febbraio e protrattosi per circa sette settimane, non ha messo a dura prova solo la logistica operativa delle portaerei nel Golfo di Oman, ma ha letteralmente prosciugato le riserve strategiche di munizioni a guida di precisione, quelle che l’esercito degli Stati Uniti aveva accumulato – complice un’industria bellica spesso lenta e farraginosa – per uno scenario di guerra ad alta intensità contro potenze pari concorrenti come la Cina o la Russia. Secondo le stime del New York Times e le valutazioni del Center for Strategic and International Studies (CSIS), la lista delle “bocche di fuoco” spente o semispente è impressionante: parliamo di circa 1.100 missili da crociera stealth JASSM-ER, i quali, essendo progettati per violare le difese nemiche più sofisticate, rappresentavano probabilmente il fiore all’occhiello dell’arsenale offensivo.
Il dato, tuttavia, diventa ancor più preoccupante se si incrociano i numeri relativi alla difesa aerea. Per intercettare i droni e i missili balistici iraniani – una pioggia di acciaio che avrebbe saturato i radar di qualsiasi altra nazione – le forze armate hanno consumato oltre 1.200 intercettori Patriot (ciascuno dei quali, viene da notare, costa più di 4 milioni di dollari) e più del 50% delle scorte totali del sistema THAAD, progettato per le minacce ad alta quota. In termini pratici, questo significa che un’intera componente della difesa missilistica americana, quella che avrebbe dovuto proteggere basi avanzate in Europa o in Corea del Sud, è stata rimossa fisicamente dagli scaffali dei depositi per essere lanciata contro la Repubblica Islamica.
Il conto da capogiro e il rischio “Taiwan”
Se si prova a quantificare il tutto in termini puramente finanziari, per avere un’idea della scala del fenomeno, la spesa giornaliera si aggirerebbe intorno al miliardo di dollari, per un totale che oscilla tra i 28 e i 35 miliardi di dollari solo nel mese di marzo. Una cifra, quest’ultima, che da sola supera i bilanci annuali della difesa di intere nazioni europee. Tuttavia, il punto sollevato dal Wall Street Journal e ripreso dalle agenzie internazionali non è solo economico, ma squisitamente strategico. Alcuni funzionari dell’amministrazione hanno iniziato a chiedersi con insistenza se, nell’immediato futuro, gli Stati Uniti sarebbero ancora in grado di onorare i propri impegni di difesa, in particolare riguardo a Taiwan, nel caso di una “invasione cinese” a breve termine.
La risposta, almeno sulla carta, sembra essere negativa. Il Pentagono, che solo un anno fa parlava di “ammodernamento” continuo, si trova ora a fare i conti con la fisica dei magazzini: per ricostruire le scorte di missili Tomahawk (ne sono stati usati più di 1.000, pari a dieci volte l’acquisto annuale) occorrerebbero dai tre ai cinque anni di produzione a pieno regime, mentre per i JASSM-ER il recupero non richiederebbe meno di un anno. Una pausa che, nella percezione degli strateghi, apre un pericoloso “finestra di vulnerabilità” dove l’esercito americano, pur rimanendo potente, perderebbe quella capacità di “saturazione” immediata tipica della dottrina Shock and Awe.
Verso una mobilitazione industriale “stile Seconda Guerra Mondiale”
Per cercare di tamponare una falla che rischia di diventare un buco nero nella strategia di difesa globale, l’amministrazione Trump – nonostante le rassicurazioni di portavoce come Karoline Leavitt, che ha definito le ricostruzioni della stampa “false” – avrebbe avviato contatti informali con le principali case automobilistiche del Paese. L’idea, che riecheggia le atmosfere del 1942 quando la produzione di carri armati e aerei veniva affidata ai giganti dell’automotive, è quella di convertire parte della capacità produttiva nazionale, attualmente ferma o sotto-utilizzata, per assemblare componenti di munizionamento. Una soluzione, viene da pensare, dettata dalla disperazione più che dalla pianificazione, considerando che i colossi della difesa come Lockheed Martin hanno già manifestato difficoltà a “quadruplicare” la produzione di armi complesse a causa della strozzatura nelle catene di fornitura di terre rare e semiconduttori.
Una prontezza globale messa in discussione
A risentirne, in ultima analisi, non è solo il teatro del Pacifico, ma l’intera prontezza proiettata delle forze armate. La decisione di spostare navi e sistemi antimissile dal Mar Cinese Meridionale al Medio Oriente ha lasciato dei vuoti; e se da un lato i generali assicurano che “le forze sono pronte”, lo studio del CSIS sottolinea freddamente che, anche prima dell’inizio di questa guerra, le scorte erano già giudicate insufficienti per un conflitto prolungato contro un “peer competitor”. Il bilancio di questa primavera, quindi, non è fatto solo di chilometri quadrati conquistati o di obiettivi distrutti in Iran, ma di capacità di deterrenza erosa, che richiederà anni di spesa (si parla di un budget proposto di 1.500 miliardi di dollari) per essere riparata.




