La guerra in Iran prosciuga gli arsenali Usa: missili strategici a livelli critici, il Pentagono si riorganizza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La guerra, si sa, non è mai solo una questione di uomini o di territori conquistati. A volte, anzi spesso, la vera resa dei conti avviene nei depositi di munizioni, laddove le scorte strategiche determinano la capacità di un paese di proiettare la propria potenza nel mondo. E proprio da quei magazzini, secondo un’inchiesta approfondita del New York Times ripresa venerdì dall’agenzia di stampa Nova, arrivano segnali inequivocabili di una tensione logistica senza precedenti per gli Stati Uniti. Il conflitto in corso con l’Iran – un’operazione della durata di circa un mese e mezzo – ha imposto un ritmo di fuoco talmente sostenuto da ridurre drasticamente l’inventario di quelli che sono considerati il fiore all’occhiello della tecnologia bellica americana: i missili da crociera stealth a lungo raggio JASSM-ER, i Tomahawk e i sistemi intercettori Patriot.

Secondo le valutazioni interne del Dipartimento della Difesa – confermate da fonti congressuali che hanno parlato con il quotidiano statunitense – i numeri del consumo appaiono impressionanti se paragonati alla capacità produttiva annuale delle industrie belliche. In poco più di trenta giorni, le forze armate hanno impiegato circa 1.100 missili JASSM-ER, una tipologia di armamento progettata specificamente per scenari ad alta intensità come un ipotetico – e sempre temuto – confronto diretto con la Cina. La situazione è analoga per i Tomahawk: ne sono stati lanciati oltre 1.000, una cifra che equivale a circa dieci volte il numero che il Pentagono riesce ad acquistare in un anno normale. E se a questi si aggiungono più di 1.200 missili intercettori Patriot – ognuno dei quali, vale la pena ricordarlo, costa ai contribuenti americani più di 4 milioni di dollari – e un migliaio tra missili di precisione e sistemi terra-terra ATACMS, si comprende l’entità del morso che il fronte iraniano ha inflitto alle riserve di Washington.

Il conto, salatissimo, di una guerra ad alta intensità

A spingere il consumo a questi livelli non è stata solo la durata delle operazioni, ma la natura stessa del teatro bellico. A differenza di altri conflitti recenti dove l’aviazione poteva operare con una certa libertà, l’Iran possiede una capacità di difesa aerea che ha costretto gli Stati Uniti a fare affidamento quasi esclusivamente su munizioni a lunga gittata, lanciate da distanze di sicurezza per limitare l’esposizione dei piloti ai sistemi di intercettazione nemici. Questa dipendenza dalle armi di precisione ha fatto lievitare un conto economico che, secondo stime di think tank indipendenti citate da RaiNews, si attesterebbe tra i 28 e i 35 miliardi di dollari: una cifra che sfiora il miliardo di dollari al giorno, concentrando l’esborso più pesante proprio nei primi due giorni di guerra, quando i consumi di munizioni hanno superato i 5,6 miliardi di dollari.

La criticità, tuttavia, non risiede soltanto nel costo, ma nella logistica del riarmo. Uno degli aspetti che emerge con maggiore chiarezza dalle carte del Pentagono – e che trasforma questo report in un documento di allarme strategico – è il divario incolmabile tra il consumo bellico e la produzione industriale ordinaria. Mentre l’esercito bruciava migliaia di missili, le fabbriche procedevano al loro ritmo standard. Ne consegue che, per i Tomahawk e i sistemi Patriot, ciò che è stato consumato in un mese corrisponde a una capacità produttiva che, in condizioni di pace, richiederebbe diversi anni per essere ricostruita.

Ridefinizione delle priorità: l’Asia-Pacifico si scopre sguarnita

Se la guerra ha prosciugato i magazzini, l’effetto collaterale più immediato si è tradotto in un pericoloso azzeramento della prontezza globale americana. Per alimentare l’enorme sforzo bellico in Medio Oriente, i vertici militari hanno dovuto compiere una scelta obbligata ma rischiosa: spostare le risorse da altre aree geografiche, in particolare dal teatro europeo e da quello asiatico. Bombardieri, navi e – cosa più importante – gli stessi sistemi di difesa aerea avanzati THAAD e Patriot sono stati fisicamente trasferiti dalle basi in Corea del Sud e dal Pacifico occidentale al Golfo Persico, indebolendo la deterrenza nei confronti di attori come la Russia in Europa e la Cina nell’Indo-Pacifico.

Questa ricollocazione dei beni è stata confermata in maniera indiretta anche dal comando delle forze americane in Estremo Oriente. Sebbene si cerchi di minimizzare l’impatto sulla prontezza operativa – un portavoce del Pentagono ha dichiarato che le forze hanno “tutto ciò di cui hanno bisogno per eseguire gli ordini del comandante in capo” – la realtà dei numeri suggerisce un indebolimento oggettivo delle linee di rifornimento proprio nel momento in cui le tensioni geopolitiche mostrano segni di espansione. L’ammiraglio Samuel Paparo, a capo dello United States Indo-Pacific Command, ha dovuto ammettere durante un’audizione al Congresso che, nonostante la potenza di fuoco sia ancora considerevole, gli “stock hanno dei limiti” e la loro ricostruzione richiederà del tempo.

L’ombra dell’industria e il rischio della sotto-dotazione

Oltre allo spostamento geografico dei pezzi, c’è un’altra vulnerabilità che questo conflitto ha messo a nudo, senza troppi giri di parole. Il Pentagono ha mostrato una dipendenza quasi strutturale da sistemi d’arma iper-costosi – come i già citati Patriot e i missili Standard – che potrebbero non essere la soluzione ideale per conflitti prolungati. La guerra in Iran sta funzionando, per molti analisti, come un banco di prova scomodo: l’esercito più potente del mondo si trova a dover scegliere se utilizzare un missile da 4 milioni di dollari per abbattere un drone relativamente economico oppure rischiare di subire danni a terra.

Questa obsolescenza della strategia di approvvigionamento si traduce oggi in una corsa contro il tempo per evitare il collasso degli stock. Secondo la Cnn e i report del Center for Strategic and International Studies (CSIS), la percentuale di alcune tipologie di intercettori, come i Patriot e i THAAD, è scesa quasi del 50% rispetto ai livelli prebellici, creando quella che gli analisti definiscono una “finestra di vulnerabilità”. Per riempire nuovamente questi silos, gli Stati Uniti avrebbero bisogno di un lasso di tempo che oscilla tra uno e quattro anni, un arco temporale durante il quale la loro capacità di reagire su due fronti – Medio Oriente e Pacifico – potrebbe risultare compromessa.

In questo contesto di penuria, si inserisce la notizia – riportata dal Wall Street Journal e filtrata anche dagli apparati di sicurezza – che l’amministrazione starebbe valutando il coinvolgimento dell’industria pesante civile, in particolare delle case automobilistiche, per accelerare la produzione di armamenti, replicando lo schema industriale che aveva permesso la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Una mossa, quest’ultima, che suggerisce che la questione delle scorte vuote non sia un problema passeggero, ma una crepa strutturale nel gigante logistico americano. Il Dipartimento della Difesa, nel frattempo, attende l’approvazione dei fondi aggiuntivi da parte del Congresso per riconvertire le linee di assemblaggio e sperare di colmare il divario, prima che qualche altro attore globale decida di testare la solidità di questi scaffali mezzi vuoti.

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