Il flop dell'esame nazionale per guide turistiche, promossi solo 230 candidati
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Redazione Interno
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Un bando atteso per più di dodici anni, un percorso normativo complesso e travagliato, si è concluso con un esito che, più che una selezione, assume le sembianze di un muro invalicabile. Il primo esame nazionale per l'abilitazione alla professione di guida turistica, la cui prova scritta si è svolta lo scorso novembre in otto sedi su tutto il territorio, ha infatti registrato numeri che parlano di un sostanziale fallimento. Su 29.228 domande presentate, soltanto 12.191 candidati si sono presentati ai banchi, e di questi, a oggi, risultano idonei appena 230. Una percentuale, calcolata sul totale degli iscritti, che si ferma allo 0,7%, mentre tra coloro che hanno effettivamente sostenuto la prova la quota sale, seppur di poco, all'1,8%. Numeri che, per chiunque li osservi, sembrano delineare un test di difficoltà spropositata, se non addirittura concepito in modo tale da non poter essere superato dalla stragrande maggioranza dei partecipanti.
Le percentuali che confermano il disastro
A certificare la portata dell'insuccesso concorsuale, le cui valutazioni non sono state rese pubbliche ma comunicate privatamente ai singoli interessati che ne hanno fatto richiesta, contribuiscono i dati disaggregati per sede d'esame. Da Torino, dove la percentuale di idonei si è attestata al 3,6% con 68 promossi, si scende progressivamente verso risultati ancor più esigui, fino a toccare il minimo di Cagliari, dove soltanto due candidati – lo 0,6% del totale – hanno superato la selezione. Cifre che, ovunque, rimangono ben al di sotto della soglia del 4%, un limite che di per sé solleverebbe dubbi sulla congruità della prova, ma che diventa ancor più significativo se contestualizzato nella lunga attesa che ha preceduto questo appuntamento. Migliaia di aspiranti guide, molti dei quali già operativi nel settore in attesa di un Titolo formale, si sono visti così precluso l'accesso all'abilitazione da un esame la cui struttura e i cui criteri di valutazione appaiono ora al centro di un dibattito inevitabile.
Un iter accidentato e un futuro incerto
Il concorso, nato con l'obiettivo di porre fine a un periodo di incertezza normativa protrattosi per oltre un decennio, si è dunque trasformato in uno dei processi selettivi più controversi degli ultimi anni, riaprendo un acceso confronto – mai veramente sopito – sull'accesso alla professione e sulla formazione nel settore turistico. L'iter, del resto, non si può ancora definire concluso, poiché ai pochissimi idonei attende ora la prova orale, ma la cesura prodotta dall'esito dello scritto è talmente netta da lasciare in sospeso il destino di migliaia di figure. Un approccio che, come evidenziato dai numeri, ha finito per selezionare quasi nessuno, vanificando di fatto l'attesa e gli sforzi di molti e lasciando il comparto in una situazione di stallo ancor più marcata di prima.
Le domande aperte sul metodo e sulla sostanza
Rimangono quindi aperte numerose questioni di metodo, a partire dalla trasparenza del procedimento, considerato che gli esiti non sono stati pubblicati in un albo ufficiale, e di sostanza, relative alla coerenza tra le domande poste e le effettive competenze richieste per svolgere la professione. L'episodio, al di là delle singole reazioni, impone una riflessione oggettiva su come si intendano regolamentare i percorsi di accesso a mestieri cruciali per un settore, quello del turismo, che rappresenta una voce fondamentale dell'economia nazionale. La sproporzione tra domanda e offerta di abilitazioni, così plateale, rischia di configurarsi non come un meritevole innalzamento degli standard qualitativi, bensì come un collo di bottiglia che, senza ragionevoli giustificazioni, ostacola il ricambio e l'ingresso di nuove professionalità in un ambito che, al contrario, avrebbe bisogno di essere costantemente vivificato.




