Rai, il tesoro del mondiale che non c’è e il cavillo iraniano che vale 70 milioni

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Settanta milioni di euro, forse più, forse leggermente meno a seconda delle penali pubblicitarie già scattate: questa la cifra che la Rai rischierebbe di bruciare se l’Italia restasse definitivamente fuori dai prossimi Mondiali di calcio. Un’eventualità, quella del ripescaggio degli Azzurri, che non dipende più solo dal campo – né, tantomeno, da un ripensamento continentale europeo – bensì da una torsione geopolitica tanto improvvisa quanto concreta: l’Iran, ammesso alla fase finale, minaccia di non giocare sul suolo statunitense. La posta in gioco, per la tv di Stato, è talmente alta da trasformare ogni dichiarazione ufficiale in un colpo di telefono da seguire con il fiato sospeso.

Il nodo iraniano: “Vogliamo il Messico, non Los Angeles o Seattle”

A gettare il sasso nello stagno – uno stagno che per settimane era sembrato calmissimo – è stato il ministro dello sport iraniano, Ahmad Donyamali, il quale all’agenzia turca Anadolu ha ribadito con secchezza la linea già emersa nei mesi scorsi: la propria nazionale non intende disputare le gare previste negli Stati Uniti, in particolare quelle nelle città di Los Angeles e Seattle. “La richiesta di spostare le nostre partite in Messico è ancora valida – ha tagliato corto il ministro – ma non abbiamo ancora ricevuto risposta”. Una frase che, tradotta nel linguaggio dei dirigenti sportivi, suona come un ultimatum informale. E che apre uno scenario finora considerato remoto: una possibile esclusione o rinuncia dell’Iran, con conseguente posto vacante da assegnare.

I conti in tasca alla Rai: un buco da 70 milioni (e nessuna rete di sicurezza)

Per la tv pubblica, che aveva acquisito i diritti della manifestazione in un’altra fase politica ed economica, l’assenza dell’Italia rappresenterebbe una vera e propria emorragia. Gli inserzionisti, come prassi in questi casi, hanno già attivato clausole di riduzione o recesso condizionate alla mancata qualificazione degli Azzurri; di conseguenza, senza un ripescaggio, il buco si aggirerebbe attorno ai 70 milioni di euro. Una cifra faraonica, se si considera che si parla di un solo evento sportivo, e che la Rai non può riversare altrove l’invenduto. Da qui l’attenzione quasi maniacale, nei corridoi di Viale Mazzini, per ogni sviluppo legato alla querelle iraniano-statunitense.

Il ministro Abodi smorza (ma non chiude del tutto) la porta europea

In netto contrasto con l’ottimismo crescente sui social, il ministro dello Sport Andrea Abodi ha voluto mettere un freno alle aspettative. Intervistato a margine di un evento alla Camera dei deputati – la presentazione dell’iniziativa “Sport Missione Comune” – Abodi ha osservato che “il ripescaggio dell’Italia è una questione continentale”, aggiungendo di considerarlo “veramente difficile” a meno che il problema non sorga e venga risolto all’interno dell’Europa stessa. Alla domanda se possano arrivare novità da altri continenti, la sua replica è stata secca: “Non credo e non me lo auguro neanche”. Parole che chiudono un’ipotesi, quella del ripescaggio “politico”, ma che non toccano l’altra: un’eventuale defezione dell’Iran aprirebbe un protocollo Fifa ancora tutto da verificare, dove il criterio geografico (Asia vs Europa) non è affatto scontato.

Un silenzio che pesa: nessuna risposta alla controproposta iraniana

E proprio qui sta il cavillo che tiene in ansia gli uffici legali della Rai e, perché no, anche qualche dirigente federale italiano. L’Iran non ha detto “non andiamo al mondiale”, ha detto “non giochiamo negli Stati Uniti”. Una distinzione sottile ma decisiva: la Fifa può permettersi di riprogrammare tre partite in Messico? O preferirà sostituire la federazione ribelle con un’altra, magari l’Italia, che di ribellioni non ne ha mai fatte e porta stadio pieno di telespettatori? La mancata risposta ufficiale alla richiesta di Donyamali – lui stesso lo ha confermato – trasforma ogni giorno di silenzio in un’indizio. Nel calcio, si sa, le porte che sembravano chiuse da mesi a volte si riaprono senza preavviso, senza bussare, e senza nemmeno chiedere il permesso.

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