Il Torino cerca risposte nel metodo D’Aversa, tra un calendario ostico e un ambiente che non perdona

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’eco del triplice fischio di Marassi non si era ancora spento che la società granata, con una mossa che sapeva tanto di atto dovuto più che di scelta ponderata, ha deciso di interrompere il rapporto con Marco Baroni. Quella sconfitta, l’ennesima prova incolore di una squadra smarrita, ha di fatto suggellato un epilogo ampiamente preventivabile, spalancando le porte della prima squadra a Roberto D’Aversa. Per il tecnico, nato a Stoccarda ma cresciuto calcisticamente in Italia, si tratta di una sfida complessa fin da subito, una di quelle che non ammette tentennamenti né periodi di assestamento, inserito com’è in un ambiente che il disagio lo vive e lo esprime in ogni sua sfumatura. Lo stadio, si sa, non è più quel baluardo di passione incondizionata di un tempo, e la curva resta distante, quasi fosse una entità a sé stante, incapace di riconoscersi in un manipolo di calciatori che appare opaco e lontano dai valori che la storia del club richiederebbe.

I numeri, del resto, non mentono mai, e fotografano una situazione che rasenta l’emergenza: pochi squilli in attacco, una facilità disarmante nel subire reti e una classifica che, con soli ventisette punti raccolti in venticinque partite, proietta il Torino in una zona d’ombra preoccupante, con la Fiorentina, il Lecce e la Cremonese lì, a ridosso, pronte ad approfittare di ogni passo falso -3. Il presidente Urbano Cairo, presentando il nuovo corso, ha tentato di gettare acqua sul fuoco di una contestazione che non accenna a placarsi, ribadendo come il suo impegno non venga scalfito dal malcontento popolare. «La vedo e la sento, ma non mi scoraggia», ha dichiarato il numero uno del club, che ne approfitta anche per chiarire la sua posizione in merito a una possibile cessione della società: «Dissi pubblicamente che ero disponibile a vendere, ma nessuno si è presentato con un’offerta concreta. Più di così, non so cosa fare». Dichiarazioni, le sue, che tentano di fare chiarezza ma che non placano l’insofferenza di una piazza che chiede ben altro.

Un contratto ponte e la priorità assoluta della salvezza

Di solito, quando un nuovo allenatore varca la soglia del Filadelfia, si parla di aperture di cicli o di progetti a lunga scadenza. Questa volta, invece, l’aria che tira è differente, e sa di provvisorio. Il contratto che lega D’Aversa al Torino scadrà il 30 giugno del 2026, una data che suona più come un termine netto che come un inizio. Sarebbe, a dir poco, sorprendente vederlo ancora sulla panchina granata nella stagione successiva, ma questa è musica per un futuro che oggi non interessa. La priorità, adesso, è un’altra, ed è talmente pressante da cancellare qualsiasi altra speculazione: si tratta di raddrizzare una barca che sta imbarcando acqua da tutte le parti. Il nuovo tecnico, che ha ereditato una squadra «spenta» e con tanti giocatori — parole di Vlasic — mai abituati a lottare per certi obiettivi di bassa classifica, ha poco tempo a disposizione e lo sa bene. Per questo, nel suo primo giorno ufficiale, non ha usato giri di parole: «Siamo realisti», avrebbe detto ai suoi nuovi ragazzi, quasi a voler spazzare via ogni possibile alone di falsa euforia per sdoganare subito il concetto di duro lavoro.

D’Aversa, che in carriera ha già assaporato promozioni dalla Serie C alla A con il Parma e successivamente guidato Sampdoria, Lecce ed Empoli, sa perfettamente che questa può rappresentare l’opportunità più grande per rilanciarsi dopo alcune esperienze non proprio esaltanti -1. E allora via con le prime idee, quelle che dovranno trasformare un Torino fragile in una squadra compatta. Dai primi accorgimenti, sembra intenzionato a ripartire da alcuni uomini che già conosce, come Anjorin e Marianucci, avuti ai tempi di Empoli, e a ridare fiducia a Paleari tra i pali, ritenendo l’estremo difensore non responsabile della valanga di gol subiti -6. Il modulo di partenza, verosimilmente, resterà il 3-5-2, anche se il tecnico ha già avvisato: non è lo schieramento a determinare l’impermeabilità difensiva, quanto l’atteggiamento. Un atteggiamento che dovrà cambiare radicalmente per raddrizzare una differenza reti che, come ama ripetere lui stesso, «corrisponde sempre alla posizione di classifica» -6.

La scossa di un ambiente che chiede verità

L’impatto con l’ambiente granata, per D’Aversa, non è dei più semplici. La contestazione nei confronti della proprietà è un dato di fatto, un rumore di fondo costante che accompagna ogni partita casalinga. E se a questo si aggiunge un calendario che non sembra certo voler regalare sconti, il quadro si fa ancora più nitido. Il tecnico, però, non cerca alibi e sembra voler affrontare la situazione a viso aperto, consapevole che solo i risultati potranno riallacciare quel filo spezzato tra la squadra e la sua gente. I giocatori, dal canto loro, sono chiamati a una prova di maturità, a dimostrare che quella maglia ha ancora un peso specifico e che la classifica attuale è solo un incidente di percorso, per quanto profondo e preoccupante.

La società, con questa scelta, ha di fatto lanciato un segnale: si cambia per provare a raddrizzare una rotta che sembrava ormai segnata, ma lo si fa con una soluzione che ha il sapore del "tampone" più che della rivoluzione. Cairo, dal canto suo, ha ribadito la sua presenza e la sua determinazione, ma l’unica risposta che la piazza attende è quella che arriverà dal campo. E D’Aversa lo sa: il suo compito è restituire dignità a una squadra che l’ha smarrita, e farlo in fretta.

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