Il Milan dopo il derby sogna ma deve fare i conti con la classifica e un calendario che non perdona
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Redazione Sport
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La vittoria nel derby, conquistata grazie a una zampata di Pervis Estupinan che ha deciso una partita tesa e combattuta più sul piano fisico che su quello estetico, ha inevitabilmente riaperto un dibattito che sembrava sopito negli spogliatoi di Milanello e nelle redazioni dei giornali sportivi: può il Milan di Massimiliano Allegri credere fino in fondo alla rimonta scudetto? Il successo per uno a zero, il secondo dell'anno contro i cugini nerazzurri, ha proiettato i rossoneri a quota sessanta punti, accorciando sensibilmente, almeno sul piano numerico, il divario dalla capolista Inter, ferma a sessantasette e ora distante sette lunghezze.
La matematica e il peso specifico dei sette punti
Sette punti non sono pochi, è bene ricordarlo, ma nemmeno rappresentano un abisso incolmabile se paragonati ai dieci che separavano le due squadre prima del fischio d'inizio. Eppure, la matematica, si sa, nel calcio convive con la psicologia e con la lettura degli accadimenti recenti. Se da un lato i tifosi rossoneri, specialmente quelli intercettati a caldo sotto la curva di San Siro, si dividono tra l'entusiasmo di chi grida alla rimonta possibile e lo scetticismo di chi invece storce il naso per qualche decisione arbitrale di troppo, dall'altro la società e l'allenatore mantengono un approccio decisamente più pragmatico. Allegri, nel post-partita, ha dribblato la domanda sulla corsa al Titolo con la consueta esperienza, spostando l'attenzione su un obiettivo altrettanto cruciale ma meno effimero: il consolidamento del piazzamento Champions. “Io guardo il più nove dal quinto posto”, ha spiegato il tecnico livornese, sottolineando come la priorità, a questo stadio della stagione, sia blindare un vantaggio prezioso su inseguitrici agguerrite, ricordando tra l’altro che nel cammino ci attendono quattro scontri diretti di capitale importanza con Lazio, Napoli, Atalanta e Juventus.
Il parallelo con il Napoli e le certezze incrinate di Zazzaroni
A gettare ulteriore benzina sul fuoco del dibattito ci ha pensato il giornalista Ivan Zazzaroni, che sulle colonne del Corriere dello Sport ha proposto un parallelo statistico interessante, seppur condito dal realismo di chi conosce gli equilibri del campionato. Zazzaroni ha osservato come il Milan sia arrivato a sessanta punti dopo ventotto giornate, esattamente lo stesso bottino che aveva il Napoli nella stagione del suo trionfo scudetto. Un dato che, letto superficialmente, potrebbe alimentare illusioni. Ma il direttore ha subito chiosato, affermando che, a suo giudizio, il titolo lo vincerà ancora l’Inter, nonostante ammetta che “una fessurina – giusto una fessurina – nelle certezze che sembravano ormai acquisite si è aperta”. Il riferimento è alla vulnerabilità mostrata dalla squadra di Cristian Chivu, apparsa appannata e priva delle sue bocche da fuoco principali, quelle che solitamente fanno la differenza nelle partite che contano. Un’analisi, quella di Zazzaroni, che riconosce il merito al Milan di Allegri – definito “il pratico” per la capacità di portare a casa risultati anche senza strafare – ma che non lesina critiche alla prestazione di qualche singolo, evidenziando la difficoltà di leggere l’apporto di certi giocatori.
L’impatto delle assenze e le crepe nel fortino nerazzurro
Osservando la partita con gli occhi dell’analista, emerge con chiarezza come la vittoria del Milan sia stata figlia di un approccio ordinato e di una solidità difensiva che ha retto l'urto, ma anche e soprattutto delle pesantissime defezioni che hanno colpito l’Inter. L’assenza contemporanea di Lautaro Martinez e Marcus Thuram, unita a quella di Hakan Çalhanoglu, ha privato i nerazzurri non solo di gol, ma anche di peso specifico in area e di geometrie a centrocampo. Lo stesso Zazzaroni, nel suo pezzo, ha definito la situazione “una sorta di disgrazia tecnico-tattica”, sottolineando quanto l’argentino, in particolare, sia “insostituibile” non solo come realizzatore ma anche come primo difensore per il lavoro oscuro di pressione e contrasto. L’Inter, insomma, ha perso smalto e brillantezza, apparendo lenta e prevedibile negli ultimi metri, incapace di perforare un muro rossonero che, con il passare dei minuti, ha preso fiducia.
I fattori in gioco per un finale di stagione intenso
Se è vero che il Milan ha accorciato le distanze, è altrettanto vero che il percorso che porta a fine stagione è lastricato di insidie per entrambe le squadre. Da un lato, come sottolineato dall'allenatore stesso, c'è l'obiettivo concreto di tenere a debita distanza le rivali per la zona Champions, un traguardo che garantirebbe stabilità economica e prestigio. Dall'altro, il semplice fatto di essere lì, a -7, impone di guardare anche alla classifica che sta davanti, un esercizio obbligato quando il distacco dalla vetta diventa inferiore a quello dalle inseguitrici. Il Milan, pur con tutti i limiti di una manovra talvolta spuntata e con giocatori come Rafael Leao e Christian Pulisic non al top della condizione, ha dimostrato di poter essere letale nel momento in cui riesce a difendersi con ordine senza dover per forza aggredire l’avversario. L’Inter, dal canto suo, deve ritrovare in fretta la brillantezza perduta e, soprattutto, recuperare i suoi uomini chiave perché, come dimostrato nel derby, senza di loro la produzione offensiva si azzera. Le prossime uscite, con l’Atalatta a San Siro e la trasferta a Firenze, diranno se la flessione nerazzurra è solo un incidente di percorso o l’inizio di una crisi più profonda, mentre il Milan, forte del successo e dell’entusiasmo ritrovato, si prepara ad affrontare il suo ciclo di scontri diretti con la consapevolezza, per usare le parole di Fikayo Tomori, che “chi può dirlo?” quando si tratta di pronosticare il futuro.




