Europa e crisi, un cammino accidentato
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Redazione Esteri
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Nel panorama delle citazioni europeiste, una frase di Jean Monnet non manca mai: l'Europa si forgia nelle crisi, come somma delle soluzioni adottate per superarle. Questo mantra, ripetuto quasi come un esorcismo dagli eurolirici, serve a dare coraggio di fronte ai numerosi fallimenti delle politiche europee. Tuttavia, la realtà odierna sembra smentire tale ottimismo: l'Europa, infatti, rischia di diventare irrilevante se non tornerà sui suoi passi.
Un esempio emblematico di questa crisi è il caso del vice ispettore Christian Di Martino, accoltellato nella notte tra l'8 e il 9 maggio 2024. Il suo aggressore, un cittadino marocchino, è stato condannato, ma essendo nullatenente, non risarcirà la vittima. Lo Stato, dal canto suo, non pagherà alcun indennizzo. Questo episodio solleva interrogativi inquietanti: quanto vale la vita di un poliziotto? Quanto vale il rene che Di Martino ha perso?
Nel frattempo, le parole di Donald Trump a Davos hanno ulteriormente messo in chiaro la distanza tra l'America e l'Europa. Trump considera la potenza americana superiore a tutto e vede l'Europa come un collo di bottiglia di burocrazie capaci solo di impantanare ogni questione. Gli Stati Uniti, secondo l'ex presidente, domineranno in tutto: dalla politica energetica, con il nucleare e il petrolio, alla capacità di attrarre investimenti grazie a una tassazione favorevole, fino alla tutela della produzione nazionale attraverso i dazi.
La distanza tra l'America di Trump e l'Europa di Ursula von der Leyen non è tanto nei programmi, che potrebbero convergere su molti punti, quanto nelle idee, nella mentalità e nell'energia con cui vengono affrontati i problemi comuni a tutte le democrazie. Sergio Marchionne, dopo aver incontrato Trump, lo definì un "game changer", un uomo d'azione che parla la stessa lingua di un altro uomo d'azione.




