Dal V al sorteggio, un percorso accidentato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il referendum e i conti con la storia, quella di una Costituzione già ritoccata 48 volte ci troviamo, di nuovo, a fare i conti con le urne per decidere se stravolgere o meno l’architettura della nostra Carta fondamentale, una circostanza che da qualche decennia a questa parte, a ben guardare, non rappresenta più un’eccezione ma una ricorrenza quasi abitudinaria. Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e 23 marzo, chiama i cittadini a esprimersi su un pacchetto di modifiche che toccano nervi scoperti dell’ordinamento: la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura – uno per i pm e uno per i giudici – e l’istituzione di un’Alta Corte cui verrebbe affidata la gestione dei procedimenti disciplinari. La premier Giorgia Meloni, nel corso di diverse apparizioni pubbliche, ha ribadito come l’intervento legislativo miri a restituire terzietà al giudice e a scardinare quelle logiche correntizie che, soprattutto dopo lo scandalo Palamara, hanno mostrato il fianco di un sistema di potere opaco e autoreferenziale.

Eppure, al di là delle ragioni del “sì” o del “no” che ciascun elettore mediterà nella cabina elettorale, colpisce la riflessione che emerge da più parti, ovvero quella di una carta costituzionale – spesso definita “la più bella del mondo” – che negli ultimi decenni ha subìto una tale sequenza di interventi da far sorgere più di un dubbio sulla sua effettiva stabilità. Il dato, peraltro, è incontrovertibile e andrebbe forse contestualizzato per capire cosa significhi, oggi, mettere mano ai pilastri del patto sociale nato dalla Resistenza. Dal 1948 a oggi, le leggi di revisione costituzionale approvate dal Parlamento sono state ben 48, anche se molti di questi provvedimenti, va detto, riguardano l’approvazione o la modifica degli statuti delle regioni a statuto speciale, ma il numero resta comunque significativo per capire quanto flessibile – e quindi fragile – sia diventato l’impianto originario.

La storia recente delle riforme, peraltro, è costellata di tentativi che hanno spaccato il paese in due, con esiti alterni e non sempre coerenti con la volontà popolare. Uno snodo fondamentale, in questa prospettiva, fu la riforma del Titolo V della Costituzione, varata con legge costituzionale n. 3 del 2001 dal governo di centro-sinistra, che ridisegnò i rapporti tra Stato e Regioni, ampliando le competenze di queste ultime e introducendo il principio della legislazione concorrente in numerose materie. Quella riforma, approvata in assenza della maggioranza dei due terzi in Parlamento, venne sottoposta a referendum confermativo e passò con il 64,2 per cento dei voti, segnando il primo caso nella storia repubblicana di modifica costituzionale ratificata direttamente dal elettorale.

Da allora, l’uso del referendum per le riforme costituzionali è diventato una prassi quasi ordinaria. Nel 2006 e nel 2016, gli italiani furono nuovamente chiamati a esprimersi su due progetti di ampia revisione – voluti rispettivamente da Berlusconi e da Renzi – ma in entrambi i casi prevalse il “no”, bocciando modifiche che avrebbero inciso profondamente sulla forma di governo e sul bicameralismo. E ancora, nel 2020, la riduzione del numero dei parlamentari voluta dal Movimento 5 Stelle venne confermata con un voto referendario che, pur con un’affluenza bassissima, legittimò un taglio drastico della rappresentanza politica.

La retorica del “mai più” e la pratica del continuo ritocco

Quel che appare contraddittorio, in questo dibattito, è la retorica che accompagna ogni nuova proposta di riforma: da un lato si esalta il valore sacrale della Costituzione, dall’altro la si sottopone a continui ritocchi che spesso rispondono più a esigenze di legislatura che a una visione condivisa e lungimirante. La premier Meloni, intervenendo al podcast di Fedez e Mr. Marra, ha sottolineato come la riforma sulla giustizia non debba essere trasformata in un voto contro il governo, ma valutata nel merito. D’altra parte, lo stesso ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha ricordato di aver sostenuto la separazione delle carriere fin dal 1995, quasi a voler attestare che non si tratta di un’invenzione dell’attuale esecutivo ma di una rivendicazione storica. Le opposizioni, invece, denunciano la mancanza di condivisione e il rischio di un controllo politico sulla magistratura requirente, paventando uno strappo con lo spirito del Costituente.

La verità, probabilmente, è che il tema della giustizia – come quello delle riforme istituzionali – è da decenni un terreno di scontro politico più che di elaborazione culturale condivisa. E così, mentre i sondaggi danno il “sì” in vantaggio di otto punti sul “no”, con un’affluenza stimata intorno al 46 per cento, resta da chiedersi se questa sia davvero la sede giusta per ridisegnare equilibri così delicati o se, come spesso accade, non si stia usando la Costituzione come un campo di battaglia in cui ogni maggioranza di turno cerca di lasciare il proprio segno, dimenticando che la legittimità di una carta fondamentale risiede nella sua capacità di durare nel tempo, al di là delle contingenze politiche.

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