Dieci anni di Asvis e il cammino accidentato dell'Agenda 2030
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Redazione Interno
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Possono sembrare, in un presente segnato da crisi geopolitiche e incertezze economiche, interrogativi astratti, quasi fuori luogo. Eppure, le domande su quale futuro intendiamo costruire per noi stessi e per coloro che verranno dopo, e su quali azioni siamo disposti a intraprendere per realizzarlo, costituiscono il nucleo pulsante di un dibattito che, nonostante tutto, non si è spento. È proprio da questo humus che, in un giorno di febbraio di dieci anni fa, vide la luce l'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, un organismo che riuniva inizialmente una quarantina di soggetti della società civile, in quella che alcuni definirono, non senza una certa ironia polemica, un'ulteriore entità da "rottamare". L'apertura del primo incontro, presieduta allora dalla presidente della Camera, sanciva l'avvio di un percorso volto a monitorare e promuovere i complessi obiettivi di sostenibilità delineati solo pochi mesi prima dalle Nazioni Unite.
Il contesto di una speranza globale
L'Asvis, infatti, germogliò nel solco di quello che può essere ricordato, a posteriori, come un periodo di straordinario slancio progettuale a livello internazionale. L'anno precedente, il 2015, era stato caratterizzato da una sequenza di eventi che avevano fatto ben sperare in una svolta coordinata della politica mondiale: dalla pubblicazione dell'enciclica "Laudato si'" all'accordo di Addis Abeba, fino alla storica firma, avvenuta a settembre a New York, dell'Agenda 2030 con i suoi diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Quel documento, un piano d'azione per le persone, il pianeta e la prosperità, fissava l'ambizioso traguardo di conciliare la crescita economica con l'inclusione sociale e la tutela dell'ambiente, il tutto nel giro di quindici anni. A chiudere quell'"anno mirabile", contribuì poi l'accordo di Parigi sul clima, un ulteriore tassello che sembrava indicare una via comune e pressoché irreversibile.
La resilienza di un percorso non lineare
Il cammino, come noto, non si è rivelato né lineare né privo di ostacoli considerevoli. La sensazione diffusa, oggi, è che l'urgenza della transizione ecologica ed energetica abbia in parte perso la priorità che sembrava avere conquistato, quasi come se si trattasse di una moda costosa il cui ciclo volgesse al termine. Tuttavia, pur nell'inevitabile rallentamento dettato dalle contingenze globali, la direzione di marcia non appare completamente invertita, nemmeno in contesti politici apparentemente ostili. Persino negli Stati Uniti dell'amministrazione Trump, dove il negazionismo climatico ha trovato spazio a livello di dichiarazioni ufficiali, le logiche di mercato legate agli investimenti in energie pulite e tecnologie verdi hanno mostrato una loro tenuta, dimostrando come certi processi, una volta innescati, sviluppino una propria inerzia.
Un monitoraggio costante e partecipato
In questo scenario complesso e in continua evoluzione, il ruolo dell'Asvis è cresciuto costantemente, trasformandosi in un punto di riferimento analitico imprescindibile. Da quelle prime quaranta organizzazioni, l'Alleanza è esponenzialmente cresciuta, arrivando a coinvolgere oltre trecento enti aderenti e avvalendosi del lavoro di un migliaio di esperti. Il suo compito principale, svolto con meticolosità annuale, consiste nell'analisi dello stato di attuazione – o, in molti casi, di arretramento – degli impegni presi dall'Italia rispetto ai traguardi dell'Agenda 2030. Attraverso il suo Rapporto, offre una fotografia nitida e dettagliata dei progressi e delle criticità, senza cedere alla tentazione della retorica o dell'ottimismo di facciata. Si tratta di un lavoro di monitoraggio che, pur non producendo direttamente politiche, le illumina, indicando dove gli sforzi sono carenti e dove, invece, si intravedono timidi segnali di miglioramento, mantenendo viva una riflessione sistemica su uno sviluppo che, per essere tale, non può prescindere dalla sua durata nel tempo.




