Il rebus del nucleare in Italia: dal cantiere infinito delle scorie ai primi prototipi attesi tra dieci anni

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’energia atomica, nonostante non abbia ancora ricevuto il via libera per la costruzione di nuove centrali operative, è tornata a essere un pilastro del dibattito energetico nazionale. Questa riscoperta, alimentata dall’impennata dei prezzi dovuta al conflitto in Iran e dalla cronica dipendenza dall’estero, si scontra oggi con una realtà fisica e burocratica complessa. Da un lato, l’esecutivo spinge per una legge quadro che definisca l’orizzonte temporale per i reattori di nuova generazione, i cosiddetti SMR (Small Modular Reactors); dall’altro, il Paese deve fare i conti con un’eredità pesante, fatta di 34mila metri cubi di rifiuti radioattivi che attendono ancora un deposito nazionale definitivo. La transizione, insomma, non sarà né rapida né indolore, con i primi prototipi che non vedremo prima del prossimo decennio.

L’accelerata politica e i partenariati economico-finanziari

La crisi del Golfo, seppur drammatica nella sua immediatezza, ha funto da catalizzatore per decisioni rinviate per decenni. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, in un recente intervento a Torino, ha ribadito che l’Italia dipende per l’80% da fonti estere: un dato che rende la penisola vulnerabile a ogni scossone internazionale. Per colmare questo divario, il governo sta finalizzando una legge quadro in Parlamento, la quale dovrebbe fornire le basi giuridiche per installare i reattori compatti. Sul fronte finanziario, visto lo spazio fiscale limitato a causa dell’elevato debito pubblico, l’attenzione si è concentrata sui partenariati pubblico-privato (Ppp). Da mesi, negli ambienti finanziari italiani, si studia la creazione di fondi di investimento ventennali dedicati al nucleare, cercando di incanalare il grande risparmio nazionale verso un progetto che richiede capitali ingenti e pazienza strutturale.

Il problema cronico dello stoccaggio e i cantieri in corso

Mentre si discute del futuro, il presente è scandito dalla gestione dei vecchi impianti. L’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare (Isin) ha tracciato un quadro impietoso: oltre alle 17 centrali civili in decommissioning, esistono circa 62 depositi temporanei sparsi sul territorio. La situazione è talmente critica che, secondo le dichiarazioni del ministro Pichetto Fratin raccolte a margine di un evento milanese, si punta a individuare il sito per il Deposito Nazionale Unico entro la fine della legislatura, ovvero entro il settembre del 2027. Nel frattempo, la società Sogin prosegue nel suo lavoro silenzioso: è stato recentemente completato il nuovo magazzino temporaneo sostitutivo presso la centrale “Enrico Fermi” di Trino, un’infrastruttura necessaria per mettere in sicurezza i rifiuti a bassa attività in attesa di una collocazione definitiva. Un’opera, questa, che testimonia come la filiera del “fine vita” del nucleare sia già operativa, indipendentemente dalle scelte politiche sul nuovo nucleare.

Il ruolo dei regolatori e l’evoluzione normativa

In questo scenario di transizione, il ruolo delle autorità di controllo si fa cruciale. L’Isin, che oggi funge principalmente da ente di regolazione e controllo, ha chiarito la sua posizione: non fa né da “sdoganatore” né da ostacolo alla tecnologia, ma chiede di essere potenziata per gestire le sfide della quarta generazione. La coordinatrice della Consulta dell’Isin ha spiegato che l’autorità deve essere trasformata per acquisire competenze specifiche sui nuovi reattori, che richiedono permessi e vigilanza diversi da quelli del passato. Si tratta, per usare una metafora sportiva utilizzata dallo stesso direttore dell’Ispettorato, di preparare gli arbitri prima che la partita inizi davvero. Non si fanno previsioni su quando questo accadrà, ma si lavora per avere le regole pronte quando il sistema economico darà il semaforo verde.

Industria pronta e orizzonti temporali lontani

Nonostante la lentezza della macchina statale, il tessuto industriale italiano non è rimasto a guardare. Molte aziende del comparto metalmeccanico e della componentistica sono già ingaggiate nello sviluppo del nucleare di “terza più” generazione, spesso in collaborazioni internazionali, come dimostrato dai recenti round di finanziamento raccolti da alcune startup tecnologiche europee nel settore dei reattori veloci raffreddati a piombo. Sebbene vi sia un’indubbia capacità produttiva primaria, i tempi restano dilatati. Gli analisti del settore indicano una finestra temporale che va dal 2030 al 2035 per la messa in servizio dei primi prototipi, mentre per la fusione nucleare i tempi si allungano ulteriormente verso la metà del secolo. Un’attesa decennale, dunque, che costringerà l’Italia a convivere ancora a lungo con il gas e le rinnovabili intermittenti.

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