La mappa europea per la fusione nucleare indica 196 siti in Italia, mentre il deposito scorie è ancora in alto mare

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre l'Europa avanza nella pianificazione di un futuro energetico basato sulla fusione nucleare, uno studio della Technical University of Munich, commissionato da Gauss fusion, ha individuato circa novecento aree idonee nel continente. Di queste, ben centonovantasei si trovano nel territorio italiano, distribuite dalla Pianura Padana fino al centro-sud, senza che vengano per ora specificate coordinate o località precise. La cartina, che delinea zone potenzialmente adatte ad ospitare i futuri impianti, mostra, tra le altre, un'area a cavallo tra il nord del Lazio e il sud-ovest dell'Umbria, indicandola come idonea per questa tecnologia di nuova generazione. La selezione, che tiene conto di parametri tecnici e di sicurezza, avviene in un momento in cui il dibattito italiano sull'atomo è ancora imprigionato da questioni irrisolte, prima fra tutte quella del deposito nazionale per i rifiuti radioattivi.

Il nodo irrisolto del deposito nazionale

A fare da contraltare alla prospettiva, ancora lunga, della fusione, c'è infatti la cronica assenza di una soluzione per lo stoccaggio definitivo delle scorie. Il percorso per l'individuazione del sito, dopo anni di rinvii e accesi dibattiti pubblici spesso etichettati sotto il fenomeno del "Nimby", ha compiuto un passo formale solo a dicembre del 2023 con la pubblicazione della Carta nazionale delle aree idonee. Quel documento, che pure rappresenta un progresso tecnico, non ha però condotto a una decisione operativa, lasciando il dossier sostanzialmente aperto e l'infrastruttura, fondamentale per la gestione del ciclo del combustibile, in un limbo progettuale. La questione, come evidenziato da esperti del settore, rimane un elemento di forte attrito nella politica energetica del Paese, ritardando qualsiasi sviluppo coerente nel campo nucleare.

Criticità politiche e sovraregolamentazione

Secondo l'analisi di Luca Romano, fisico e divulgatore, le principali barriere allo sviluppo del nucleare in Italia non sarebbero di natura tecnologica. Le soluzioni ingegneristiche, per i reattori di grande taglia così come per quelli modulari, esisterebbero già da tempo; a frenare il processo intervengono invece fattori politici e normativi, tra cui una marcata overregulation e un'instabilità legislativa che disincentiva gli investimenti di lungo periodo. Romano sostiene che il dibattito pubblico si concentri spesso su tecnologie future, come i piccoli reattori modulari, utilizzandole in qualche modo come pretesto per procrastinare scelte più immediate e strutturali che il Paese dovrebbe affrontare, a partire dalla definizione di una strategia energetica chiara e di una roadmap esecutiva.

Il contesto internazionale e le prospettive

L'aggiornamento della mappa dei siti idonei per la fusione si inserisce in un quadro internazionale in evoluzione, dove la corsa alla realizzazione del primo reattore a fusione commerciale vede protagonisti diversi consorzi e nazioni. La scelta di Trump di riaffidare la presidenza degli Stati Uniti introduce, inoltre, un ulteriore elemento di dinamismo nello scenario globale, considerato il tradizionale sostegno americano alla ricerca in questo campo. In Italia, la presenza di numerose aree potenzialmente adatte rappresenta un'opportunità tecnica, che però si scontra con la necessità di superare storici ritardi e di creare un consenso sociale e istituzionale, oggi minato dalla mancata soluzione del problema dello stoccaggio delle scorie, un prerequisito per qualsiasi seria discussione sul ritorno al nucleare.

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