L'Onu prova a mettere regole all'intelligenza artificiale, ma Stati Uniti e Cina frenano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Lo sviluppo dell'intelligenza artificiale è una questione globale, ma solo negli ultimi mesi l'Onu ha cominciato a trattarla come tale. Se finora le discussioni sui rischi legati all'AI si sono svolte in consessi politici nazionali, o al massimo continentali come nel caso dell'Unione europea, o attraverso protocolli siglati tra aziende private, il baricentro della discussione si sta spostando a fatica sul piano della diplomazia internazionale, l'unico strumento, secondo molti, per regolamentare sul serio l'intelligenza artificiale.

L'analisi è dell'ASviS, l'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, che da tempo segue l'evoluzione del dibattito sulla governance dell'AI.

Il precedente di Asilomar e il caso He Jiankui

Nel 1975, 140 scienziati riuniti ad Asilomar, in California, definirono in autonomia regole di contenimento graduale per gli esperimenti sul DNA ricombinante, rimettendo in moto la ricerca scientifica che una precedente moratoria aveva di fatto congelato. Un caso da manuale di etica costruita dal basso, che funzionò per oltre 40 anni, fino a quando lo scienziato cinese He Jiankui, nel 2018, annunciò la nascita di Lulu e Nana, le prime gemelle geneticamente modificate.

Quella vicenda dimostrò quanto fragile fosse un sistema di regole affidato unicamente alla buona volontà degli attori coinvolti, e quanto fosse necessario un quadro di governance internazionale capace di vincolare anche chi opera fuori dai circuiti accademici tradizionali.

Le tensioni dentro le Nazioni Unite

Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha ascoltato i vertici di OpenAI, Anthropic e Hugging Face sui rischi dell'intelligenza artificiale. Diversi Stati europei hanno difeso la necessità di un controllo pubblico su queste tecnologie. Tra gli esperti invitati a presentare la propria analisi, tuttavia, non figurava alcuna azienda europea in grado di sviluppare modelli comparabili a quelli statunitensi, né alcuna istituzione dell'Unione europea: una composizione che, di per sé, dice molto sulla distribuzione effettiva del potere nel settore.

La Francia aveva invitato quattro relatori: il ricercatore Yoshua Bengio, Sam Altman per OpenAI, Dario Amodei per Anthropic e Clément Delangue per Hugging Face, ascoltati come esperti senza diritto di voto tra i membri del Consiglio.

Yoshua Bengio ha attaccato la giustificazione ricorrente dell'industria secondo cui ogni laboratorio sarebbe obbligato ad accelerare perché lo fanno i concorrenti. «La corsa non è una legge di natura», ha replicato, sostenendo che essa derivi da scelte compiute dalle stesse aziende. Da qui la richiesta di valutazioni indipendenti, autorizzazioni per i sistemi più avanzati e responsabilità giuridica dei sviluppatori.

Sam Altman ha contestato l'idea che OpenAI sia prigioniera di questa competizione, assicurando che l'azienda ha già rallentato alcuni lavori e potrebbe farlo di nuovo, e ha proposto norme comuni per misurare le capacità dei modelli, segnalare gli incidenti e verificare le protezioni adottate. Dario Amodei, dal canto suo, ha avanzato una proposta più intrusiva: accogliere in Anthropic valutatori esterni con un accesso paragonabile a quello di un ispettore alimentare.

L'opposizione di Washington e Pechino

Mentre l'Onu prova a impostare un dialogo, Stati Uniti e Cina si oppongono a un quadro vincolante. La posizione di Washington resta ancorata alla priorità della competizione tecnologica: l'amministrazione Trump ha ribadito che non intende frenare lo sviluppo dell'AI, considerando le preoccupazioni su rischi esistenziali una sorta di diversivo rispetto alla posta in gioco rappresentata dal sorpasso cinese. La Cina, da parte sua, ha una propria proposta di governance globale dell'AI, ma non ha mostrato disponibilità ad accettare limiti vincolanti imposti da organismi multilaterali.

Il fronte delle aziende della Silicon Valley

Anche alcune aziende della Silicon Valley remano contro. La richiesta di una pausa nello sviluppo dei sistemi di frontiera, avanzata da Dario Amodei in un saggio pubblicato sul suo sito, ha provocato reazioni inusuali: ha unito rivali storici come Sam Altman, Elon Musk e Demis Hassabis, ha causato una frattura tra il mondo tecnologico e la Casa Bianca, e ha persino fatto scendere del 5,2% il Philadelphia Chip Index, l'indice dei produttori di semiconduttori, nella seduta del 14 settembre 2026.

Secondo Amodei, esiste il rischio di perdita di controllo dei sistemi di AI, di uso degli strumenti per attacchi informatici e bioterrorismo e di disoccupazione di massa; il suo timore è che un cluster di modelli con obiettivi disallineati rispetto agli interessi umani possa «prendere il controllo dell'intera internet» attraverso reti zombie persistenti, causando perdite per centinaia di miliardi di dollari.

Non tutti gli appelli a rallentare convincono, però. Renato Brunetta, presidente del CNEL, li ha definiti «ipocriti», osservando che nella storia economica chi guida un business non ha mai chiesto di frenarlo e che il limite, quando serve, lo fissano i governi guardando al bene pubblico. Brunetta ha anche avanzato il sospetto che dietro la richiesta di una pausa vi sia la ricerca di un'immagine etica in vista delle prossime quotazioni in Borsa di OpenAI e Anthropic.

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