Il no di Trump alla frenata sull'IA: «Chi vince questa sfida, vince tutto»
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Redazione Economia
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«Siamo all'avanguardia rispetto alla Cina in materia di intelligenza artificiale. Siamo il Paese più avanzato al mondo e, francamente, voglio che restiamo così, perché chi vince nel campo dell'IA vince». La frase, pronunciata da Donald Trump a margine di una visita al suo golf resort di Doonbeg, in Irlanda, chiude la partita senza appello: nessun rallentamento, nessuna pausa di riflessione, nessuna cautela richiesta da chi costruisce i modelli più potenti.
La dichiarazione arriva a poche ore di distanza dall'appello lanciato da Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, che in un lungo saggio pubblicato sul suo sito personale ha invitato a frenare lo sviluppo dell'IA. «Dobbiamo rallentare il ritmo con cui miglioriamo le capacità dei modelli di IA», ha scritto Amodei, citando il rischio di un «auto-miglioramento ricorsivo», la capacità dei sistemi di migliorarsi autonomamente in modo potenzialmente incontrollabile.
Secondo il numero uno di Anthropic, se lasciata senza controllo, la tecnologia potrebbe superare la capacità umana di comprenderla e gestirla, fino a sfuggire del tutto.
Un appello sottoscritto da nomi pesanti
All'appello di Amodei si sono aggiunti Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ed Elon Musk, fondatore di xAI. Sono tre dei protagonisti assoluti della corsa all'intelligenza artificiale, uomini che hanno costruito i modelli più avanzati e alimentato una competizione feroce. Il loro messaggio, in sostanza, è che la velocità dello sviluppo sta superando le garanzie di sicurezza disponibili.
Trump ha respinto l'invito senza mezzi termini, liquidando le preoccupazioni come opera di «forze negative» che «tirano fuori cose che non accadranno». Il presidente americano ha rivendicato la paternità della formula «chi vince questa sfida, vince tutto», definendola un'espressione coniata da lui e «vera». La posta in gioco, nella sua lettura, non è soltanto tecnologica: è una partita per la supremazia globale, con la Cina come rivale principale.
L'ombra di Mythos e la scelta di campo di Trump
La posizione del presidente americano non è un fulmine a ciel sereno. A maggio aveva già bloccato la firma di un ordine esecutivo che avrebbe introdotto un sistema di supervisione sui modelli più avanzati, con accesso anticipato del governo prima del lancio pubblico. Il provvedimento, nella sua versione originaria, prevedeva che le aziende condividessero i modelli con le autorità almeno novanta giorni prima del rilascio. La bozza era stata ammorbidita rendendo volontaria la partecipazione delle imprese, ma nemmeno quella versione era bastata.
Dietro il rinvio, secondo quanto riportato da diversi media americani, ci sarebbero state le pressioni dirette di alcuni nomi di peso della Silicon Valley, tra cui lo stesso Musk e Mark Zuckerberg, numero uno di Meta. Il pretesto tecnico era il modello Mythos, sviluppato da Anthropic, progettato per individuare vulnerabilità informatiche più rapidamente di qualsiasi essere umano. Proprio Mythos aveva alimentato l'idea che servissero nuove regole per evitare che attori ostili potessero sfruttare tecnologie simili contro gli Stati Uniti.
La scelta di Trump capovolge quell'impostazione. L'ordine esecutivo firmato a inizio giugno ha stabilito un quadro di collaborazione volontaria con l'industria, escludendo esplicitamente qualsiasi forma di licenza obbligatoria o autorizzazione preventiva per lo sviluppo e il rilascio di modelli di IA. Il testo afferma che il governo non deve soffocare gli innovatori, ma accompagnarli, e che l'obiettivo è garantire che le tecnologie migliori e più sicure siano distribuite rapidamente.
La vicenda lascia il dibattito americano sulla sicurezza dell'intelligenza artificiale in una posizione ambigua: da un lato i capi delle aziende che più hanno spinto sull'accelerazione chiedono ora una pausa, dall'altro la Casa Bianca considera quella richiesta un ostacolo alla leadership nazionale. La frattura, per ora, non accenna a ricomporsi.
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