Il sogno proibito di Zampolli e lo “sfottò” dell’Iran: l’Italia e quel Mondiale che non ci appartiene

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La suggestione, alimentata dal tam tam mediatico internazionale, è destinata a rimanere confinata nel regno delle fantasie politiche più che in quello della realtà calcistica. Nonostante l’irruzione scenografica di Paolo Zampolli — super consulente di Donald Trump, non nuovo a certi colpi di teatro — l’ipotesi di vedere la nazionale azzurra ripescata ai Mondiali al posto dell’Iran si scontra con un muro normativo invalicabile e, dulcis in fundo, con la volontà stessa degli italiani. È la Fifa, infatti, a detenere il monopolio della decisione finale; un’eventualità, quella del ripescaggio, che il regolamento concede alla Federazione in “piena ed esclusiva discrezionalità”, ma che nella pratica appare come un’eventualità così remota da rasentare l’impossibilità, vista anche la ferma opposizione dell’establishment sportivo mondiale.

Un sondaggio che mette in fila il popolo (e il suo orgoglio ferito)

Mentre Zampolli immaginava di regalare l’America e il palcoscenico mondiale a un’Italia che manca l’appuntamento mondiale da troppo tempo, nel Paese reale il termometro dell’entusiasmo segnava sotto zero. Un’analisi approfondita condotta da Izi, azienda specializzata in valutazioni economiche e politiche, ha restituito una fotografia impietosa: sette italiani su dieci (il 70%, per l’esattezza) sono contrari a subentrare al posto della selezione asiatica. Ma c’è di più, un dettaglio che l’indagine svela con precisione sociologica: un cittadino su tre, nonostante la bocciatura di massa, si direbbe disposto a concedersi questa piccola “scorciatoia” pur di vedere il blasone azzurro brillare in vetrina. Di questi, un 16,2% lo giudicherebbe un giusto tributo alla storia calcistica nazionale, mentre un altro 14,3% invoca la legge dell’emergenza (“non andiamo da troppo tempo”). Prevale però, seppur per un soffio nella suddivisione delle percentuali contrarie, il senso di dignità sportiva: per quattro italiani su dieci, il responso del campo — quello stesso campo che ha visto l’esclusione nelle ultime tre edizioni — è sacro e non può essere scavalcato da un sotterfugio che sa di vuoto.

La stoccata ironica di Teheran: “Quell’uomo non capisce il calcio”

Dall’altra parte del mondo, chi il posto al sole se l’è guadagnato sul campo non ha alcuna intenzione di farsi mettere da parte, e lo fa con una punta di sarcasmo raffinato. L’ambasciata iraniana in Ghana, utilizzando un registro tanto inusuale quanto efficace, ha risposto per le rime alla proposta di Zampolli con un messaggio pubblicato su X che fa il giro del globo. Rivolgendosi direttamente al governo e ai cittadini italiani, l’ambasciata ha scritto: “Cara Italia, quell’uomo, allergico alle civiltà, è diventato geloso e ti ha offerto qualcosa riguardo a uno sport che né gli piace né capisce”. La frase, che gela qualsiasi velleità di intervento esterno, continua con un consiglio che sa di sfida: “Sappiamo che ami troppo il calcio per prendere anche solo in considerazione un’offerta del genere”.

Se da un lato la diplomazia iraniana sfotte, dall’altro la Casa Bianca prende le distanze. Interpellato direttamente sullo “scambio”, il presidente Trump — ormai stabilmente alla guida del Paese da oltre un anno e poco propenso a perdersi in questioni di regolamento — ha liquidato l’argomento con un secco (e quasi imbarazzato) “Non ci penso troppo, è una domanda interessante”. Il segretario di Stato Marco Rubio, subentrato nella conversazione, ha poi chiarito che non esiste alcun veto formale nei confronti degli atleti iraniani, concentrando invece le preoccupazioni sulle delegazioni accompagnatrici. Insomma, nessuno alla Casa Bianca sembra intenzionato a fare una guerra di religione sportiva per far posto agli azzurri.

La politica e lo sport: un autogol annunciato

A rendere il quadro ancora più netto è il coro di rifiuti che arriva direttamente dalle istituzioni italiane, le quali sembrano quasi offendersi per l’offerta ricevuta. Il ministro per lo Sport, Andrea Abodi, ha utilizzato parole di cristallina chiarezza: “Prima di tutto non è possibile, e poi non sarebbe opportuno”. Un’uscita pubblica, la sua, che lascia poco spazio a interpretazioni. Nella stessa scia, il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, ha rivendicato con orgoglio il valore del merito: “Mi sentirei offeso. Bisogna meritarselo di andare ai Mondiali”. Parole pesanti, quelle del numero uno dello sport italiano, che restituiscono l’idea di un movimento pronto a rifiutare qualsiasi regalo avvelenato fosse mai arrivato negli uffici di Federcalcio.

Non si tratta, va detto, di una semplice questione di amor proprio. La logica sportiva internazionale segue equilibri precisi basati sulle confederazioni di appartenenza, un aspetto che la politica — distratta dalla sua visione globale — sembra aver dimenticato. La Fifa, infatti, pur non chiudendo formalmente la porta a un ripescaggio in astratto (l’articolo 6 del regolamento parla di “piena discrezionalità”), ha già fatto trapelare che un’eventuale rinuncia iraniana non aprirebbe le porte all’Europa bensì all’Asia. Nel concreto, a subentrare sarebbe la seconda classificata nel girone di qualificazione asiatico, verosimilmente gli Emirati Arabi Uniti, una soluzione che rispetterebbe il bilanciamento geografico dei posti disponibili. Le fonti interne a Zurigo hanno già bollato la proposta come “impraticabile”.

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