Israele revoca i permessi a decine di ong a Gaza, nel mirino anche Msf e Oxfam
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il governo israeliano, guidato dalla coalizione del premier, ha avviato una stretta senza precedenti contro le organizzazioni umanitarie internazionali che operano nella Striscia di Gaza, annunciando la revoca dei permessi a 37 di esse, tra cui nomi di primo piano come Medici Senza Frontiere, Oxfam e ActionAid. La decisione, comunicata attraverso una nota del ministero degli Affari della Diaspresa e riportata dal quotidiano Haaretz, si fonda su accuse di violazioni degli standard di sicurezza e di trasparenza. “La principale carenza emersa – si legge nella dichiarazione ufficiale – è stata il rifiuto di fornire informazioni complete e verificabili sui propri dipendenti”, affermando che i controlli avrebbero rivelato il coinvolgimento di alcuni di questi in “attività terroristiche”, menzionando espressamente il caso di Medici Senza Frontiere. Una mossa che, se attuata integralmente, rischia di rimodellare radicalmente il già precario panorama degli aiuti nell’enclave.
Il collasso amministrativo del sistema umanitario
Oltre alla dimensione militare del conflitto, con i suoi bombardamenti e il suo assedio, si sta progressivamente affermando una strategia parallela, fatta di burocrazia e regolamentazione, che si dimostra altrettanto incisiva. Le nuove e più stringenti regole di registrazione imposte da Tel Aviv alle ong, infatti, pongono ostacoli tali da minare la loro stessa capacità operativa. Si tratta di un meccanismo che, privando Gaza del sostegno strutturale di alcune delle principali agenzie internazionali, potrebbe portare a un risultato forse non raggiungibile con la sola forza delle armi: lo sfaldamento dell’intera rete di assistenza, con conseguenze imprevedibili per la popolazione civile, già stremata da mesi di conflitto e da una carestia che molti osservatori definiscono ormai imminente.
La delusione dopo il piano di pace e le nuove esclusioni
Nonostante l’accettazione, da parte delle parti, del piano di pace proposto dall’amministrazione del presidente americano Donald Trump, che prevedeva tra l’altro uno scambio di prigionieri e ostaggi, le condizioni di vita per i civili a Gaza non hanno conosciuto quel miglioramento sostanziale che molti si auguravano. La distribuzione degli aiuti, secondo quanto riportano diversi media europei, è migliorata soltanto di pochi, quasi impercettibili “millimetri” rispetto al periodo precedente all’avvio del negoziato. In questo contesto di stallo, l’annuncio della revoca dei permessi arriva a colpire anche organizzazioni dedicate alla protezione dei minori, come Save the Children, la cui richiesta di operare a Gaza è stata respinta insieme a quella di altre ong, in base a criteri che Israele definisce di sicurezza nazionale, escludendo quei volontari considerati “ostili”.
Una scadenza fissata e le sue possibili ripercussioni
La sospensione delle attività per circa 25 organizzazioni, che rappresentano quasi il 15% del totale delle ong attive a Gaza, è stata calendarizzata a partire dal 2026. Il provvedimento, secondo le autorità israeliane, è una diretta conseguenza del mancato adempimento, da parte di queste organizzazioni, alle nuove regole imposte per la loro operatività nell’area. Si delinea così uno scenario in cui l’accesso umanitario viene sempre più filtrato e condizionato, in un processo che trasforma la burocrazia in un’arma di pressione politica, mentre il mondo osserva se e come la comunità internazionale saprà rispondere a una mossa che altera profondamente le regole del gioco nell’assistenza a una popolazione sotto assedio.




