Panini tra Borsa e guerra delle figurine: niente vendita ai rivali, ma la Nazionale vola da Topps
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Redazione Economia
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La partita più complessa che Panini si trovi a giocare in questi mesi, va detto, non si disputa esclusivamente sui prati verdi dello stadio ma piuttosto nei saloni patinati della finanza internazionale e, non meno importante, nelle aule di tribunale oltreoceano. La società modenese, quella stessa che per generazioni ha incollato intere generazioni agli album dei calciatori, ha recentemente messo nero su bianco un documento che chiarisce una volta per tutte il proprio destino immediato: niente cessione ai rivali di mercato. Un’eventualità, quella di finire nelle mani di un competitor come Topps (controllata dal colosso Fanatics), che era circolata insistentemente negli ambienti finanziari, ma che l’azienda delle famiglie Baroni e Sallustro ha voluto smentire con decisione. L’obiettivo dichiarato, spiega una nota ripresa da Teleborsa, è espandere l’azienda e non certo liquidarla. Le opzioni sul tavolo, per chi sta conducendo un’analisi strategica affiancata da Citigroup, restano dunque tre: mantenere l’assetto attuale, aprire il capitale a un grande investitore strategico (un socio di peso insomma) o procedere con la tanto attesa quotazione in Borsa.
Proprio su quest’ultimo punto, lo sbarco a Piazza Affari, si gioca la partita della valutazione. Fonti vicine al dossier parlano di un target ambizioso, intorno ai 5 miliardi di euro. Una cifra che, lo si capisce facilmente, non è semplice da fissare con il classico punto fermo. A rendere difficoltosa una stima precisa, infatti, non sono solo le naturali fluttuazioni degli utili aziendali ma anche il peso di un contenzioso legale negli Stati Uniti contro Fanatics, un avversario che nel frattempo non è stato certo a guardare. Un giudice federale di New York, lo scorso marzo, ha archiviato una class action che accusava Fanatics di manipolazione del mercato delle carte collezionabili, una causa che coinvolgeva i diritti della NBA e della NFL (quest’ultimi passati ufficialmente sotto il controllo di Topps dal 1 aprile 2026). In quella sede, i giudici hanno sostanzialmente dato ragione a Fanatics, definendo le accuse troppo generiche. E se da un lato la fine di questa causa toglie un’incognita, dall’altro riafferma la forza dirompente di un gruppo che sta ridefinendo le regole del settore.
Il “furto” della Nazionale e la mossa della Figc
Mentre i contabili lavorano ai dossier per convincere gli investitori, un’altra doccia fredda è arrivata direttamente dal mondo del pallone. La notizia, rimbalzata dalle pagine del Fatto Quotidiano, ha fatto l’effetto di un fulmine a ciel sereno: dopo 60 anni di onorato servizio, la Panini non produrrà più le figurine della Nazionale di calcio italiana. A partire dal 2035, la Federcalcio ha deciso di affidare le redini (e i diritti di immagine di giocatori, allenatori e loghi) alla rivale Topps. Un addio, quello al tricolore, che fa male non solo al portafoglio ma anche all’orgoglio identitario. L’aspetto più controverso della vicenda, come evidenziato da più parti, risiede nelle modalità con cui la decisione è maturata: pare che il contratto sia stato portato in consiglio federale senza nemmeno figurare nell’ordine del giorno, una sorta di colpo di spugna che ha di fatto blindato un accordo destinato a scattare tra quasi dieci anni.
Perché fissare un cambio di partner così lontano nel tempo? La domanda non è retorica, anzi. Congelare oggi un passaggio che avverrà nel 2035 significa chiudere un pezzo rilevante del merchandising calcistico senza lasciare spazio a ripensamenti o a rilanci. Il nodo politico è talmente caldo che la senatrice modenese Enza Rando ha già annunciato un’interrogazione parlamentare, rivolta ai ministri Abodi e… (destinatari istituzionali), per chiedere conto di una scelta che, di fatto, espropria un simbolo del made in Italy per consegnarlo al mercato globale. La Figc, dal canto suo, difende l’operazione parlando di allineamento strategico: Fanatics è partner ufficiale della Uefa, e Gravina (presidente Figc) è vicepresidente della stessa Uefa, dunque il cerchio si chiude verso una gestione unificata delle licenze per i grandi eventi come Europei e Mondiali.
L’assedio legale e il futuro industriale
Non si tratta, insomma, della semplice nostalgia per le vecchie figurine gommose. La vicenda Panini-Topps è una fotografia nitidissima di come stia cambiando l’economia del collezionismo sportivo, un mercato dove i diritti multimilionari e le guerre legali sono ormai all’ordine del giorno. Per Panini, perdere il contratto con la Nazionale (anche se effettivo solo tra nove anni) è un duro colpo, ma la risposta dell’azienda modenese è stata quella di chiudere la porta in faccia a qualsiasi acquisizione da parte del rivale. Un modo per dire: non saremo comprati, anzi, cercheremo le risorse per competere testa a testa sul mercato attraverso la finanza.
La strategia, in questo senso, è già stata avviata con il supporto della banca d’affari Citigroup. L’obiettivo è trovare le risorse necessarie per reggere l’urto di un competitor che, nel frattempo, ha acquisito i diritti esclusivi delle principali leghe sportive americane (MLB, NBA e NFL), una concentrazione di potere senza precedenti che ha scatenato non poche preoccupazioni antitrust. Nonostante la recente archiviazione della class action contro Fanatics, lo scontro tra i due titani è solo all’inizio, e si gioca su un campo minato fatto di licenze in scadenza e tribunali federali.
La finanza guarda al pallone (e ai tribunali)
La valutazione da 5 miliardi, sebbene oggetto di trattativa, non è un miraggio. L’ultimo utile di Panini, stando ai dati di settore, ha sfiorato i 300 milioni di euro, e il marchio rimane uno dei pochi riconosciuti in tutto il mondo, capace di muovere volumi impressionanti anche negli Stati Uniti nonostante le difficoltà. Tuttavia, la tempistica è cruciale. Il processo di analisi dovrebbe concludersi entro la fine del 2026, una scadenza che appare studiata per approfittare della spinta emotiva e commerciale dei prossimi Mondiali di calcio. In un clima di mercato dove i fondi di private equity vanno a caccia di asset “passionali” con rendimenti sicuri, le figurine rappresentano ancora un affare d’oro. Resta da vedere se gli investitori crederanno nella storia di una Panini che, pur senza la Nazionale nel breve periodo, continuerà a stampare album della Serie A e a lottare in tribunale (e sul mercato) contro il gigante Fanatics.




