Indagini a due velocità su Crans-Montana, il giallo della cauzione e il vertice italo-svizzero

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre le famiglie delle vittime attendono risposte, il procedimento giudiziario sulla strage di Crans-Montana sembra procedere secondo logiche difformi, sollevando perplessità che travalicano i confini nazionali. A quasi un mese dalla tragedia, che causò la morte di quaranta giovani e il ferimento grave di altri centosedici, l’unico appuntamento certo è fissato per la metà di febbraio, quando i magistrati della Procura di Roma incontreranno i colleghi della Procura di Sion per discutere la documentazione da condividere in virtù della rogatoria avanzata dall’Italia. Se un primo assenso di principio alla collaborazione era stato espresso dalle autorità elvetiche, permangono infatti forti interrogativi sulle modalità concrete di tale cooperazione, lasciando gli investigatori italiani in una fase di stallo operativo in attesa di chiarimenti.

Il caso Moretti tra carcerazione e scarcerazione

Parallelamente, sul versante svizzero, le decisioni della giustizia vallesana hanno generato un vero e proprio giallo, complicando il quadro già fosco. Dopo l’iscrizione nel registro degli indagati, avvenuta il 9 gennaio scorso, sia di Jacques Moretti che di sua moglie – proprietari del bar Le Constellation, teatro della strage –, solo l’uomo era stato inizialmente sottoposto a custodia cautelare in carcere. Una misura che il Tribunale delle misure coercitive di Sion ha poi revocato quindici giorni dopo, disponendo la scarcerazione dietro il versamento di una cauzione di duecentomila franchi svizzeri, cifra che parrebbe essere stata corrisposta da un soggetto rimasto anonimo. Alle misure alternative, volte a contrastare il rischio di fuga, sono seguite le prescrizioni per Moretti di consegnare i documenti e di presentarsi quotidianamente in una stazione di polizia.

Le ombre sul finanziamento della cauzione

Proprio l’origine di quella cauzione costituisce uno dei nodi più intricati dell’intera vicenda, alimentando sospetti e teorie. Alcuni, scrutando il passato dell’indagato, ipotizzano un legame con una nota famiglia di orologiai svizzeri, dalla quale Moretti sarebbe un erede, benché tali connessioni restino da accertare nei fatti. Altri pongono l’accento sulle relazioni personali dell’uomo, come la sua amicizia con figure del mondo degli affari e la stessa passione condivisa per le auto di lusso, elementi che potrebbero aver facilitato il reperimento di una somma così ingente in tempi brevissimi. Questa opacità, unita alla rapidità della scarcerazione, ha contribuito a minare la fiducia nell’indagine, come dimostrato da un recente sondaggio secondo cui una larga maggioranza della popolazione svizzera nutre forti dubbi sulla trasparenza delle operazioni.

La sfiducia nell’indagine e la strada della collaborazione

Il clima di sfiducia, che alcuni commentatori hanno definito come un vero e proprio compromesso per le indagini, non rappresenta dunque una percezione esclusivamente italiana, nonostante le tensioni diplomatiche innescate dal richiamo dell’ambasciatore a Roma da parte del governo italiano. L’appuntamento di metà febbraio tra le procure si carica perciò di un significato cruciale, andando ben oltre il mero scatto formale di una procedura internazionale. Sarà l’occasione per verificare se e come la giustizia svizzera intenda realmente cooperare, consentendo un flusso di informazioni essenziale per far luce su dinamiche e responsabilità, o se invece prevarrà una chiusura difensiva. Da quel vertice dipenderà la possibilità di sciogliere i molti nodi irrisolti, a cominciare dall’enigma di quella cauzione pagata da un anonimo, per arrivare a una ricostruzione dei fatti che possa, finalmente, considerarsi completa e credibile.

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