Indagini su strage di Crans-Montana, la rogatoria italiana in attesa del vertice

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La macchina della giustizia italiana, pur pronta a muoversi, rimane in attesa di un chiarimento definitivo da parte delle autorità svizzere. Mentre a metà febbraio è fissato l’incontro tra i magistrati della Procura di Roma e i colleghi di Sion, infatti, le modalità concrete di condivisione della documentazione – essenziale per l’esecuzione della rogatoria avanzata dall’Italia – non sono state ancora definite, nonostante un iniziale assenso di principio alla collaborazione. Una situazione di stallo che alimenta perplessità, soprattutto se si considera la gravità dei fatti occorsi la notte di Capodanno, dove persero la vita quaranta ragazzi e altre centosedici persone riportarono ferite gravissime.

Il procedimento svizzero tra carcerazione e scarcerazione

Dall’altra parte delle Alpi, intanto, il procedimento giudiziario locale ha già registrato sviluppi significativi e, agli occhi di molti, contraddittori. Dopo l’iscrizione nel registro degli indagati, avvenuta il 9 gennaio, di Jacques Moretti e di sua moglie – con l’applicazione per il solo uomo della custodia cautelare –, il Tribunale delle misure coercitive di Sion ne ha disposto la scarcerazione il 24 dello stesso mese. La liberazione è stata subordinata al versamento di una cauzione fissata in duecentomila franchi svizzeri, somma che, secondo quanto trapelato, sarebbe stata corrisposta da un soggetto la cui identità rimane non divulgata.

La posizione del governo italiano

Su questo specifico punto, e più in generale sulla gestione dell’inchiesta, si è espresso con nettezza il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale ha smentito l’esistenza di un incidente diplomatico con Berna. “Rispettiamo tutte le decisioni”, ha dichiarato a margine del Consiglio affari esteri di Bruxelles, “ma possiamo criticarne alcune che non riguardano la Svizzera e il governo svizzero ma un cantone”. Tajani ha poi aggiunto, senza mezzi termini, che le autorità cantonali, di fronte a una tragedia di tali dimensioni, “ha tardato nelle indagini e ha rimesso in libertà su cauzione irrisoria” due persone considerate “oggettivamente responsabili”.

Il calo di fiducia nell’opinione pubblica

A confermare un clima di crescente sfiducia, non solo oltreconfine, arrivano i dati di un’analisi diffusa il 29 gennaio, dalla quale emerge che il 71% dei cittadini svizzeri non ha fiducia nell’inchiesta portata avanti dalla procura di Sion. Una percezione diffusa, dunque, che travalica le polemiche politiche e sembra radicarsi nell’opinione pubblica, preoccupata per le sorti di un procedimento giudiziario la cui credibilità appare, a molti, ormai compromessa.

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