La guerra in Iran e la mossa dell’Aie: 400 milioni di barili dalle scorte per arginare la speculazione sul petrolio
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Redazione Economia
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Mentre le operazioni militari in Medio Oriente entrano nel loro dodicesimo giorno, con lo Stretto di Hormuz trasformato in un campo di battaglia che di fatto blocca il transito di circa un quarto del commercio mondiale di greggio via mare, i mercati energetici globali assistono a una manovra senza precedenti da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie). I 32 Paesi membri, riunitisi d’urgenza, hanno infatti dato il via libera all’unanimità al rilascio coordinato di 400 milioni di barili di petrolio provenienti dalle riserve strategiche nazionali, un intervento che per dimensioni supera persino quello attuato nel 2022 in seguito all’invasione russa dell’Ucraina. L’obiettivo dichiarato, come spiegato dal Direttore Esecutivo Fatih Birol, è quello di compensare la perdita di approvvigionamento causata dalla chiusura del corridoio marittimo, dove i volumi di esportazione, stando alle stime ufficiali, sono crollati a meno del 10% rispetto ai livelli pre-conflitto. Una mossa, questa, che mira a iniettare liquidità in un mercato nervoso, dove il prezzo del Brent ha recentemente sfiorato e superato i 120 dollari al barile, per poi subire violente oscillazioni.
L’intervento coordinato del G7 e i dubbi dei mercati
Alla base della decisione dell’Aie c’è un’azione politica serrata che ha visto i leader del G7 confrontarsi in videoconferenza, su iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron, per discutere le possibili contromisure all’escalation dei prezzi. In quell’occasione, lo stesso Macron ha lanciato un appello a tutte le nazioni affinché si astengano dall’imporre restrizioni alle esportazioni di petrolio e gas, un passo che aggraverebbe ulteriormente la volatilità. Nonostante l’intesa politica e la successiva autorizzazione al rilascio delle scorte – con gli Stati Uniti che contribuiranno per 172 milioni di barili, prelevandoli dalla loro Riserva Strategica -6 – l’effetto desiderato di raffreddare le quotazioni non sembra essersi immediatamente materializzato. Le Piazze internazionali, infatti, continuano a mostrare un certo scetticismo: il prezzo del greggio, dopo un iniziale calo sotto i 90 dollari seguito all’annuncio, è tornato a salire, superando nuovamente la soglia psicologica dei 100 dollari al barile. Un segnale, questo, che gli investitori percepiscono l’intervento come una tregua temporanea, incapace di risolvere alla radice il nodo geopolitico.
Hormuz bloccato e le minacce di Teheran
Il cuore del problema rimane saldamente ancorato alle sponde dello Stretto di Hormuz, divenuto il punto nevralgico del confronto. Gli attacchi missilistici e con droni si susseguono, e le marine militari coinvolte hanno distrutto diverse imbarcazioni posamine iraniane che tentavano di ostruire ulteriormente le rotte. In questo clima di scontro aperto, le autorità di Teheran hanno lanciato messaggi inequivocabili e minacciosi: da un lato, il presidente Massoud Pezeshkian ha posto condizioni durissime per un cessate il fuoco, parlando di riconoscimento dei diritti legittimi dell’Iran e di risarcimenti di guerra -9; dall’altro, fonti vicine alla Guida Suprema hanno ventilato l’ipotesi concreta di un prezzo del petrolio destinato a toccare i 200 dollari al barile, nel caso in cui le ostilità dovessero proseguire con questa intensità. Una prospettiva che farebbe impennare l’inflazione a livello globale e che tiene col fiato sospeso le banche centrali, dalla Federal Reserve alla Bce, quest’ultima ora messa di fronte allo spettro di un possibile rialzo dei tassi per contrastare le spinte sui prezzi.
Gli effetti collaterali sulle economie e la risposta europea
L’onda d’urto di questa crisi energetica si riverbera ben oltre i confini mediorientali, colpendo duramente le Borse asiatiche ed europee, chiuse in territorio negativo per gran parte della settimana, con l’eccezione di qualche rimbalzo tecnico. L’Europa, in particolare, si trova a fare i conti con il rischio concreto di una stagflazione, quella combinazione letale di stagnazione economica e inflazione galoppante che costringe i policymaker a scelte dolorose. Nel tentativo di coordinare una difesa comune, l’Unione Europea ha già convocato una riunione tecnica a Bruxelles per definire le modalità con cui i singoli Stati membri immetteranno sul mercato i propri barili, attingendo a scorte che, per norma, dovrebbero coprire novanta giorni di fabbisogno. Una posizione, quella espressa dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dal presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, che ha voluto ribadire come questo shock energetico non debba in alcun modo portare a un allentamento delle sanzioni nei confronti della Russia, mantenendo così una linea di fermezza su due fronti distinti ma collegati dalla variabile energetica.




