Iran, la guerra dello Stretto di Hormuz e l’avvertimento dell’Aie: “Riserve di petrolio giù a ritmo record”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La giornata del 13 maggio 2026 consegna un’istantanea di un conflitto – quello tra Usa, Israele e l’Iran – che ormai si combatte tanto sui campi di battaglia libanesi quanto sui flussi energetici globali. Le forze israeliane hanno dichiarato di aver colpito, nelle ultime ventiquattr’ore, quaranta siti riconducibili a Hezbollah, un’operazione che s’inserisce in una logica di logoramento reciproco senza che nessuno dei due schieramenti sembri disposto a cedere terreno. Nel frattempo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) ha lanciato un allarme destinato a far riflettere: il mondo sta attingendo alle proprie riserve strategiche di petrolio a una velocità mai registrata prima, un dato che fotografa la fragilità di un sistema energetico tenuto in ostaggio dalle tensioni mediorientali.

Il controllo di Teheran sullo Stretto e gli accordi con Iraq e Pakistan

Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – ormai da più di un anno alla Casa Bianca per il suo secondo mandato – preparava la missione a Pechino, continuando a rivendicare la possibilità di una “vittoria” sull’Iran “con o senza” l’aiuto della Cina, Teheran ha messo a segno una mossa tutt’altro secondaria. Il regime degli ayatollah ha siglato intese separate con il Pakistan e con l’Iraq per il trasporto di petrolio e di gas naturale liquefatto, un’operazione che, come sottolinea l’agenzia Reuters, dimostrerebbe la capacità iraniana di controllare i flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz. Un’abilità che non è solo teorica: lo Stretto è il nodo nevralgico per un quinto del commercio mondiale di greggio in tempo di pace, e le sue acque stanno diventando il teatro di una guerra silenziosa fatta di navi fermate, carichi deviati e petroliere che osano passare solo se sventolano bandiere ritenute “amiche”.

“Operazione Martello” e la minaccia di una nuova campagna militare

Sul piano politico-militare, la tensione è destinata a non diminuire. Se l’operazione “Epic Fury” è stata dichiarata conclusa, la Casa Bianca ha già fatto trapelare che a breve potrebbe cominciare l’operazione “Martello”. Non si tratta di un semplice cambio di nome: la nuova campagna – svincolata per due mesi dal controllo del Congresso – potrebbe assumere contorni ancora più ampi. La minaccia del presidente Trump è esplicita: una “nuova guerra” se Teheran non accetterà il piano americano per porre fine al conflitto. “Vinceremo in un modo o nell’altro”, ha affermato, ribadendo la linea rossa – il nucleare iraniano – su cui, ad oggi, non esiste margine di trattativa. Lo scenario appare oggettivamente bloccato, e la nuova fiammata del prezzo del petrolio (abitualmente sopra quota cento dollari al barile) ne è il termometro più immediato.

Libano e Hormuz: briciole di greggio in un mare di blocchi navali

E mentre i raid israeliani continuano a martellare posizioni in Libano, è proprio lo Stretto di Hormuz a raccontare la realtà dei fatti. Ieri è stata una petroliera cinese – carica di greggio iracheno – a passare. Domenica scorsa sono state due navi, ciascuna con due milioni di barili a bordo (anch’essi iracheni). La settimana prima, un altro tanker. Numeri che, a uno sguardo freddo, appaiono quasi ridicoli: briciole, se raffrontate a quando per il corridoio marittimo transitavano circa tremila navi al mese, che trasportavano il 20% del petrolio mondiale. Oggi se ne contano poche decine. Una contrazione che l’Aie ha letto come un campanello d’allarme: bruciare riserve a questo ritmo non è sostenibile, ma per ora nessuna delle parti in guerra sembra disposta a fermarsi.

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