L’allarme dell’Aie: “Scorte globali di petrolio in esaurimento a ritmo record”
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Redazione Economia
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A più di dieci settimane dall’inizio della guerra in Medio Oriente, l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) ha lanciato un avvertimento drammatico: le perdite cumulative di approvvigionamento, causate dal blocco quasi totale del traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz, stanno esaurendo le scorte globali di petrolio a un ritmo mai registrato prima. Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di una semplice flessione tecnica, quanto piuttosto di uno “shock di offerta senza precedenti”, per citare testualmente il rapporto mensile «Oil market report» pubblicato oggi. Il documento, intitolato «Colmando il gap», quantifica con una certa crudezza numerica l’entità del disastro logistico: le perdite di offerta da parte dei produttori del Golfo hanno ormai superato abbondantemente il miliardo di barili, con oltre 14 milioni di barili al giorno di greggio che restano fermi, bloccati in un’area geopolitica divenuta improvvisamente inaccessibile.
Scorte in caduta libera e il crollo della raffinazione
I dati preliminari raccolti dall’Aie dipingono un quadro in cui tutto ciò che riguarda il mercato del greggio sembra scendere, tranne ovviamente il prezzo. Le scorte globali si sono ridotte di 129 milioni di barili nel solo mese di marzo, per subire un’ulteriore, pesante contrazione di 117 milioni di barili ad aprile; una velocità di consumo delle riserve che, come sottolinea l’agenzia, potrebbe ragionevolmente preannunciare futuri picchi dei prezzi al consumo. Non solo le scorte, però: anche la produzione subisce passivamente le conseguenze del conflitto, con l’offerta globale diminuita di 1,8 milioni di barili al giorno ad aprile, attestandosi a 95,1 milioni di barili. La conseguenza più immediata di questa crisi – oltre all’impennata del costo del Brent e del Wti, cresciuti di circa il 50% rispetto al periodo antecedente i bombardamenti – è il crollo verticale dell’attività di raffinazione. Si prevede, infatti, che la lavorazione del greggio crollerà di 4,5 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre del 2026, a causa dei danni diretti alle infrastrutture, delle restrizioni alle esportazioni e, più banalmente, della minore disponibilità di materia prima.
Mercato in deficit, la ripresa dell’offerta sarà lenta
Guardando ai meccanismi di compensazione messi in atto per tamponare l’emergenza, emerge come alcuni produttori al di fuori dell’area del Golfo stiano tentando di ritagliarsi un ruolo da protagonisti. L’Aie osserva che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno tentato di reindirizzare parte delle esportazioni verso terminali di carico alternativi, mentre le scorte strategiche dei paesi consumatori stanno affluendo sul mercato per evitare un collasso totale delle forniture. Eppure, nonostante questi sforzi, l’analisi dell’Agenzia resta improntata a un realismo quasi pessimistico: sebbene la domanda possa teoricamente tornare a crescere verso la fine dell’anno (a patto che si raggiunga un accordo per porre fine alla guerra), è assai probabile che l’offerta, al contrario, si riprenda con una lentezza esasperante. Da qui la previsione cardine del rapporto: il mercato petrolifero rimarrà in deficit fino almeno all’ultimo trimestre del 2026.
La volatilità dei prezzi e i nuovi equilibri commerciali
Quel che rende questo scenario tanto delicato, per un’economia globale ancora in cerca di stabilità, è l’estrema volatilità che caratterizzerà i prezzi nei prossimi mesi. Con i futures WTI sul petrolio greggio di giugno scambiati stabilmente sopra i 100 dollari al barile, il mercato globale non mostra alcun segnale di cedimento nervoso, ma piuttosto l’atteggiamento di chi “trattiene il respiro”, in attesa di capire se lo Stretto di Hormuz riaprirà prima dell’estate. In questo vuoto di offerta, la guerra in Iran sta paradossalmente finendo per favorire l’export di petrolio di altre potenze: Stati Uniti, Canada, Brasile e persino la Russia (che grazie alla sospensione momentanea delle sanzioni sul greggio via mare) stanno aumentando le proprie spedizioni verso i mercati di Suez, intercettando la domanda che il Golfo Persico non riesce più a soddisfare. Un riallineamento degli equilibri commerciali, questo, destinato a lasciare un segno profondo nelle geografie energetiche dei prossimi anni.




