L’Aie lancia l’allarme: crisi di Hormuz, shock senza precedenti per l’offerta e scorte in esaurimento record
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Redazione Economia
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Sono passate poco più di dieci settimane dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, eppure, secondo quanto emerge dall’ultimo rapporto mensile dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie), le conseguenze sull’economia globale stanno già superando le peggiori previsioni iniziali. L’organismo, nel consueto aggiornamento sul mercato petrolifero pubblicato ieri, ha certificato una situazione che definisce senza mezzi termini come “uno shock di offerta senza precedenti”, direttamente collegato al blocco dello Stretto di Hormuz. È qui che si gioca una partita cruciale, ovvero il transito di una fetta essenziale del greggio mondiale, e i numeri diffusi dall’agenzia dipingono un quadro di crescente tensione per le riserve energetiche del pianeta.
Secondo i dati forniti dall’Aie, il conflitto in corso – che ha visto il coinvolgimento diretto dell’Iran e la conseguenziale interruzione delle normali rotte marittime – sta determinando un duplice effetto, solo apparentemente contraddittorio, sulla domanda e sull’offerta. Da un lato, gli analisti prevedono per il 2026 una contrazione della domanda mondiale di 420mila barili al giorno su base annua, una flessione che porterà il consumo complessivo a 104 milioni di barili al giorno: si tratta di 1,3 milioni di barili in meno rispetto alle stime elaborate prima dello scoppio della guerra. Eppure, nonostante questa riduzione delle richieste globali, l’offerta non riesce a tenere il passo. L’ente ha sottolineato come quest’anno l’approvvigionamento non riuscirà a soddisfare il fabbisogno totale, un’equazione che sta prosciugando le scorte a un ritmo che l’Aie non esita a definire “record”.
Uno stillicidio di milioni di barili bloccati
La misura di questa emergenza si coglie appieno osservando il dato cumulativo delle perdite. Con il traffico delle petroliere ridotto ai minimi termini nello Stretto – quello varco vitale attraverso il quale transita una quota significativa degli idrocarburi del Golfo – i giacimenti e i terminal di carico dei paesi produttori restano pieni, senza possibilità di smaltire la merce. Le stime contenute nel rapporto indicano che le perdite di fornitura cumulative superano ormai il tetto di 1 miliardo di barili di greggio. Una cifra che fa impressione se si considera che si parla di oltre 14 milioni di barili al giorno attualmente bloccati, impossibilitati a raggiungere i mercati di riferimento. Questa situazione di stallo ha portato a una revisione al ribasso delle attese per l’intero anno fiscale, con l’Aie che ipotizza un deficit strutturale di 1,78 milioni di barili al giorno rispetto al fabbisogno totale.
Il ritorno delle carovane nel deserto
Di fronte all’impraticabilità della via d’acqua, l’economia della regione ha dovoto fare i conti con la fisicità degli ostacoli geopolitici, rispolverando soluzioni che sembravano sepolte dalla modernità. Per anni, il Golfo Persico è stato la rappresentazione perfetta del commercio globale contemporaneo: veloce, compresso dentro rotte marittime ottimizzate al millimetro da cui transitavano container, automobili e derrate. Poi è arrivata la guerra, e nel cuore della penisola arabica sono ricomparsi i convogli. Non le antiche carovane di cammelli, ma file interminabili di migliaia di camion pesanti che attraversano il deserto giorno e notte per aggirare il blocco. Emirati Arabi e Arabia Saudita stanno tentando di costruire in tempo reale un ponte terrestre alternativo: nei porti di Khor Fakkan e Fujairah, dove prima transitavano poche decine di mezzi, oggi si registrano code di migliaia di Tir che caricano merci dirette verso il Mar Rosso o l’Oceano Indiano, bypassando la gola iraniana. Si tratta di una vera e propria “economia di guerra” senza esserlo formalmente, che però sconta il peso di costi logistici alle stelle e di una capacità di trasporto inevitabilmente inferiore rispetto all’enorme volume di scambi che prima passava per via marittima.
Un bilancio che già segna il 2026
Se si analizzano le proiezioni dell’Aie, emerge chiaramente come il 2026 rappresenti l’anno del vero crollo per i bilanci energetici mondiali. L’offerta globale è crollata di ulteriori 1,8 milioni di barili al giorno solo nel mese di aprile, portando la produzione totale a 95,1 milioni di barili. Un dato che inverte drasticamente le tendenze rispetto ai mesi precedenti: basti pensare che nel rapporto di dicembre si prevedeva ancora un surplus di quasi 4 milioni di barili al giorno, una previsione spazzata via dagli eventi bellici. La contrazione maggiore si è registrata nel secondo trimestre dell’anno, con un calo di 2,45 milioni di barili al giorno, e a pagare il prezzo più alto sono i settori petrolchimico e aeronautico, mentre l’aumento dei prezzi – già con picchi che hanno sfiorato i 144 dollari al barile prima di oscillazioni violente – inizia a deprimere ulteriormente i consumi. L’Aie ha ipotizzato una graduale ripresa del transito nello Stretto a partire dal terzo trimestre, ma al momento resta solo un’ipotesi ottimistica mentre il dato reale è quello di un’emorragia di scorte senza eguali nella storia recente delle crisi energetiche.




