Birol avverte: "Siamo pronti a nuove azioni, abbiamo ancora molte riserve di petrolio"
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Redazione Economia
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La guerra in Medio Oriente, giunta ormai alla sua terza settimana dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sta provocando quella che il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha definito senza mezzi termini “la maggiore interruzione nella fornitura nella storia del mercato petrolifero”. Il blocco de facto dello stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale e un terzo del commercio marittimo di gas naturale liquefatto, ha di fatto paralizzato le esportazioni della regione, con volumi di greggio e prodotti raffinati che, secondo le stime dell’Aie, sono crollati a meno del dieci per cento rispetto ai livelli precedenti al conflitto. Di fronte a questo scenario, i trentadue paesi membri dell’agenzia con sede a Parigi hanno già messo in campo una risposta senza precedenti, approvando all’unanimità il rilascio di quattrocento milioni di barili dalle riserve strategiche, un’operazione che supera di gran lunga i centottantadue milioni di barili liberati in due fasi dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Tuttavia, come ha tenuto a sottolineare lo stesso Birol in dichiarazioni rilasciate ai media nelle ultime ore, questa misura, sebbene rappresenti un “cuscinetto temporaneo” che ha già contribuito a contenere la corsa dei prezzi, non esaurisce le possibilità d’intervento. Il funzionario, con la prudenza che contraddistingue chi gestisce le emergenze energetiche globali, ha voluto rassicurare i mercati sulla capacità di tenuta del sistema, affermando che i paesi membri dispongono ancora di “molte riserve di petrolio” a cui attingere. Le scorte pubbliche di emergenza dei paesi Aie ammontano complessivamente a oltre 1,2 miliardi di barili, alle quali vanno aggiunti circa seicento milioni di barili di scorte industriali obbligatorie, un patrimonio che costituisce un’arma potente per affrontare anche uno shock prolungato. L’eventualità che il conflitto possa trascinarsi nel tempo, del resto, è uno scenario che Birol ha esplicitamente invitato a considerare, dichiarando che “bisogna essere pronti a un conflitto prolungato” e che, qualora le circostanze lo richiedessero, l’agenzia non esiterà a varare ulteriori azioni coordinate per stabilizzare un mercato che resta nervoso e altamente volatile.
L’impatto economico e i meccanismi di trasmissione all’economia reale
Al di là delle fluttuazioni quotidiane delle quotazioni del greggio, che pur hanno visto il Brent sfiorare i centoventi dollari al barile prima di ritracciare parzialmente, il nodo centrale della crisi risiede nei complessi meccanismi di trasmissione di questi shock ai bilanci delle famiglie e delle imprese. L’aumento del costo dell’energia, infatti, non si ferma al pieno di benzina: il caro-petrolio e il caro-gas si trasferiscono a cascata sull’intero sistema dei prezzi. Il trasporto delle merci, che sia via terra, via mare o via aria, ha un’incidenza determinante sul costo finale di qualsiasi bene di consumo, in particolare di quelli alimentari che non provengono da filiere corte o a chilometro zero. Se il greggio dovesse arrivare a toccare quota duecento dollari al barile, soglia che alcuni analisti non escludono in caso di escalation, l’impatto sulla pompa di benzina si tradurrebbe in cifre da capogiro, con stime che parlano di un prezzo della benzina fino a 3,7 euro al litro. Numeri che, seppur legati a scenari estremi, danno la misura della posta in gioco.
Il nodo irrisolto dello stretto di Hormuz e le opzioni sul tavolo
Il punto cruciale, come ha ripetutamente evidenziato Birol, rimane comunque la necessità di rimuovere la causa primaria del disallineamento tra domanda e offerta. Il rilascio delle riserve strategiche, per quanto massiccio e storicamente rilevante, costituisce un palliativo, un “amortizzatore temporaneo” nelle stesse parole del direttore dell’Aie, che non può sostituirsi a una soluzione politica e militare del conflitto. La condizione indispensabile per un “ritorno a flussi stabili di petrolio e gas” resta la riapertura dello stretto di Hormuz e la conseguente ripresa dei transiti. Su questo fronte, la diplomazia internazionale, con gli Stati Uniti di Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca che guidano la coalizione contro Teheran, sembra però arenata di fronte alla minaccia iraniana di una “guerra di logoramento” capace di distruggere l’economia mondiale. In attesa che la politica riesca a trovare una via d’uscita, l’Aie monitora quotidianamente i flussi e si dice pronta a intervenire di nuovo. La prossima riunione di emergenza, qualora i prezzi dovessero riprendere la loro corsa al rialzo o le interruzioni fisiche delle forniture dovessero aggravarsi, potrebbe già essere dietro l’angolo, con Birol che ha garantito la possibilità di “fare di più più tardi, se necessario”, attingendo a quel cospicuo serbatoio di riserve che, combinate tra governi e industria, superano ancora abbondantemente il miliardo e quattrocento milioni di barili.




