La nuova Guida Suprema iraniana chiude lo Stretto di Hormuz e il petrolio vola sopra i 100 dollari, l’AIE sblocca 400 milioni di barili ma i mercati restano in tensione

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La decisione, annunciata oggi da Mojtaba Khamenei nella sua prima uscita pubblica dopo l’elezione a Guida Suprema, di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz, definendolo esplicitamente uno “strumento per fare pressione sul nemico”, ha immediatamente proiettato il prezzo del petrolio nuovamente oltre la soglia psicologica dei cento dollari al barile, nonostante il contestuale e massiccio intervento dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Il Brent, nel corso della giornata del 12 marzo, ha toccato punte di 101,53 dollari per poi assestarsi in serata attorno ai 99, seppur con un incremento superiore all’otto per cento rispetto alla vigilia, mentre il greggio americano West Texas Intermediate ha viaggiato su valori analoghi, con rialzi percentuali leggermente superiori, a testimonianza di un mercato globale degli idrocarburi letteralmente incandescente. Il timore, alimentato dalle stesse dichiarazioni del nuovo leader religioso e politico dell’Iran, è che la serrata del canale, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, possa prolungarsi ben oltre le previsioni iniziali, innescando una crisi di approvvigionamento che neppure il rilascio coordinato delle riserve strategiche sembra, al momento, in grado di scalfire. Khamenei, del resto, non ha usato mezzi termini, arrivando a minacciare che tutte le basi militari statunitensi presenti in Medio Oriente dovrebbero essere chiuse immediatamente perché, ha avvertito, in caso contrario “saranno attaccate”, un’escalation verbale che ha ulteriormente allarmato gli operatori finanziari.

Il maxi-intervento dell’AIE e la partecipazione italiana con dieci milioni di barili

Di fronte a questa impennata, innescata dalla drastica riduzione dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz – l’Agenzia Internazionale dell’Energia parla di un calo da circa 20 milioni di barili al giorno a un semplice “rivolo” – i Paesi membri dell’AIE hanno deciso di rispondere con un’operazione senza precedenti, mettendo sul mercato 400 milioni di barili prelevati dalle scorte pubbliche di emergenza, un quantitativo pari a circa un terzo delle riserve complessive da 1,2 miliardi. L’Italia, attraverso una conferma giunta direttamente dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, rilascerà una quota di quasi dieci milioni di barili, corrispondenti a circa il 2,5% del totale messo a disposizione dall’alleanza e a circa il 13,5% delle scorte di sicurezza nazionali, che ammontano a poco meno di dodici milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, garantendo così novanta giorni di copertura delle importazioni nette, come richiesto dalla normativa europea. Gli Stati Uniti, dal canto loro, contribuiranno con la fetta più sostanziosa, pari a 172 milioni di barili prelevati dalla loro Strategic Petroleum Reserve, una mossa che il presidente Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, aveva preannunciato come un utilizzo strategico delle riserve per contrastare il caro-benzina, sebbene i primi effetti sui prezzi alla pompa, sia in Italia che nel resto d’Europa, non sembrino per ora così scontati.

I mercati finanziari in sofferenza tra timori di inflazione e corsa dell’oro nero

L’effetto combinato delle minacce di Teheran e dell’aumento del costo dell’energia si è riverberato negativamente sulle Borse di tutto il mondo, con gli investitori che hanno scontato il rischio di una fiammata inflazionistica in grado di condizionare le future politiche monetarie delle banche centrali. A Wall Street la seduta si è chiusa in territorio negativo per i principali indici, con il Dow Jones e l’S&P 500 in calo rispettivamente dell’1,04% e dell’1,02%, mentre il Nasdaq ha subito una flessione dell’1,15%, nonostante i rialzi di alcuni titoli del comparto energetico come Chevron, che hanno beneficiato direttamente del balzo del greggio. Analoga tendenza si è registrata in Europa, dove Piazza Affari ha chiuso in ribasso dello 0,95% e Francoforte ha ceduto l’1,37%, con gli investitori che hanno preferito rifugiarsi in asset considerati più sicuri, facendo salire il rendimento dei titoli di Stato: lo spread tra Btp e Bund tedesco ha subito un allargamento, e il decennale americano è tornato a offrire un rendimento del 4,2%, sintomo di una fiducia in rapido deterioramento.

Il nodo irrisolto dello Stretto di Hormuz e la minaccia dei duecento dollari al barile

La ragione per cui il maxi-sblocco delle riserve non sia riuscito a raffreddare i prezzi, anzi, risiede nella natura strutturale dell’interruzione: come spiegato da diversi analisti, le scorte strategiche servono a tamponare un’emergenza, ma non possono sostituire i flussi quotidiani di petrolio provenienti dai paesi esportatori. Finché lo Stretto di Hormuz rimarrà di fatto bloccato, con l’Agenzia Internazionale per l’Energia che stima un crollo dell’offerta globale di otto milioni di barili al giorno a marzo, ogni barile messo sul mercato dalle riserve rischia di essere solo una goccia nell’oceano, incapace di colmare un vuoto che, secondo alcune proiezioni, potrebbe arrivare a venti milioni di barili giornalieri. La stessa Guida Suprema iraniana, nel suo discorso, ha evocato la possibilità di spingere le quotazioni fino a duecento dollari, una minaccia che il portavoce del comando militare Khatam al-Anbiya, Ebrahim Zolfaqari, ha ribadito con forza, dichiarando che il prezzo del greggio dipende dalla sicurezza regionale che gli Stati Uniti e i loro alleati avrebbero destabilizzato. Una posizione, quella di Teheran, che appare intransigente e che lascia presagire una chiusura prolungata del canale, con conseguenze che potrebbero rivelarsi drammatiche non solo per i prezzi alla pompa, ma per l’intera economia globale, già provata dalle tensioni inflazionistiche degli ultimi anni.

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