Il petrolio non si compra (perché non c’è): l’Aie fotografa il crollo della domanda e lo shock di Hormuz
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Redazione Economia
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Quando il prezzo di una materia prima sale troppo in alto e troppo in fretta, il mercato reagisce in modo perverso: chiude i rubinetti della domanda. È ciò che sta accadendo in queste ore al mercato petrolifero globale, dove l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) ha certificato una svolta epocale, destinata a riscrivere i flussi commerciali del pianeta. Il rapporto mensile dell’organismo parigino, pubblicato il 14 aprile, non lascia spazio a dubbi: la guerra in corso in Medio Oriente – e il conseguente blocco virtuale dello Stretto di Hormuz – ha innescato una reazione a catena che sta soffocando le economie asiatiche ed europee, costrette a fare i conti con una scarsità di greggio mai vista dai tempi del secondo dopoguerra.
Il dato più eclatante, quello che ha gelato i trader e gli analisti, riguarda la domanda. L’Aie prevede ora una contrazione media di 80mila barili al giorno (bpd) per l’intero 2026, una cifra che sembrerebbe modesta in valore assoluto ma che rappresenta un ribaltamento clamoroso rispetto alle stime di appena trenta giorni fa, quando l’agenzia pronosticava ancora una crescita di 730mila bpd. A guardare i numeri del secondo trimestre, il quadro diventa drammatico: si stima un crollo di 1,5 milioni di barili al giorno, la flessione più ripida dalla pandemia di Covid-19, quando i lockdown avevano azzerato la mobilità globale. Questo fenomeno, che in gergo tecnico viene definito “distruzione della domanda”, rappresenta l’aggiustamento forzato di un sistema economico che non riesce più a permettersi l’energia necessaria a funzionare.
Offerta in caduta libera: il rubinetto di Hormuz si chiude
Se la domanda crolla, non è certo perché il mondo abbia smesso di aver bisogno di petrolio, ma piuttosto perché l’offerta è letteralmente sparita dal mercato. Il rapporto dell’Aie documenta una riduzione dell’offerta globale di 10,1 milioni di barili al giorno nel solo mese di marzo, portando la produzione totale a 97 milioni di bpd. La causa principale è l’effettiva paralisi dello Stretto di Hormuz, quel passaggio fondamentale tra il Golfo Persico e l’Oceano Indiano attraverso il quale transitava normalmente il 20% del greggio mondiale. All’inizio di aprile, le spedizioni attraverso lo Stretto sono precipitate a una media di appena 3,8 milioni di barili al giorno, un tracollo se confrontato con gli oltre 20 milioni di febbraio, precedenti allo scoppio del conflitto.
Le conseguenze di questa interruzione, definita dalla stessa Aie come “la più grande disruption della storia”, si riversano direttamente sulle raffinerie e sulla quotazione del petrolio fisico. Mentre i mercati dei futures – spesso disconnessi dalla realtà materiale – oscillano intorno ai 100 dollari al barile, il prezzo del greggio reale, quello necessario per produrre benzina e carburante per aerei, ha raggiunto picchi vicini ai 150 dollari. A Singapore, uno dei hub logistici più importanti del mondo, il prezzo dei distillati medi ha addirittura superato i 290 dollari al barile, un record assoluto che rende antieconomico il funzionamento di qualsiasi industria pesante. Le rotte alternative – come la costa occidentale dell’Arabia Saudita o il porto di Fujairah – hanno tentato di tamponare l’emergenza, raddoppiando i flussi a 7,2 milioni di bpd, ma si tratta pur sempre di un volume insufficiente a colmare il vuoto lasciato da Hormuz.
La “distruzione della domanda” colpisce l’Asia e l’aviazione
La trasmissione dello shock dai mercati energetici all’economia reale è già in atto, come dimostra la geografia dei primi tagli ai consumi. L’Aie rileva che le contrazioni più forti nell’utilizzo del petrolio si sono registrate inizialmente in Medio Oriente e nella regione Asia-Pacifico, dove l’industria petrolchimica ha ridotto drasticamente i tassi di produzione per mancanza di materia prima. Un esempio su tutti riguarda il settore del trasporto aereo: le massicce cancellazioni dei voli tra Europa e Asia – dovute sia all’impossibilità di rifornirsi di cherosene sia ai costi proibitivi – hanno causato un crollo verticale del consumo di jet fuel, con un effetto domino su tutta la filiera logistica. Persino le utenze domestiche che dipendono dal GPL per il riscaldamento o la cottura stanno subendo i rincari, spingendo molti governi a implementare politiche di razionamento forzato.
L’entità di questa emorragia è misurabile anche dallo stato delle scorte strategiche. A marzo, le riserve globali osservate sono diminuite di 85 milioni di barili, un dato che però nasconde una dinamica ancora più preoccupante: al di fuori dell’area del Golfo Persico, le scorte sono state drenate per ben 205 milioni di barili, segno che i paesi importatori stanno bruciando le riserve di sicurezza per cercare di mantenere accese le luci. Paradossalmente, all’interno del Golfo si è registrato un accumulo di 100 milioni di barili in “stoccaggio galleggiante” – petrolio intrappolato nelle cisterne delle navi impossibilitate a transitare – una chiara rappresentazione visiva di un commercio globale andato in tilt.
Prezzi fisici e futures: la disconnessione che inquieta i mercati
C’è un aspetto tecnico, in questo rapporto dell’Aie, che merita attenzione perché rivela la profondità dell’anomalia in atto. Stiamo assistendo a una disconnessione crescente tra il mercato dei contratti futures (quello cartaceo, finanziario) e il mercato del petrolio fisico (quello vero, che scorre negli oleodotti). Mentre i fondi speculativi continuano a scambiare carta su piattaforme come l’Intercontinental Exchange, le raffinerie di tutto il mondo sono disposte a pagare premi folli pur di accaparrarsi un carico immediato di greggio. Questo spread – la differenza tra prezzo spot e prezzo future – non raggiungeva livelli così estremi nemmeno durante la crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina.
La situazione è resa ancora più fluida (ma non per questo meno grave) dalla volatilità politica. L’annuncio di un cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, arrivato nei giorni scorsi, ha offerto un temporaneo “respiro” ai mercati, facendo oscillare i prezzi al ribasso. Tuttavia, l’Aie resta estremamente cauta nel valutare questo evento: non è chiaro se la tregua porterà a una pace duratura o se rappresenti solo una pausa prima di una nuova escalation. Le previsioni contenute nel rapporto si basano su uno scenario “base” che ipotizza una ripresa dei flussi regolari attraverso Hormuz entro metà anno, ma l’agenzia stessa ammette che si tratta di un’ipotesi potenzialmente ottimistica. Se il conflitto dovesse prolungarsi, avvertono gli analisti, l’economia mondiale dovrà prepararsi a una pressione sui prezzi destinata a durare per tutto il 2026.




