La guerra in Iran e l’avvertimento di Birol: “Crisi energetica senza precedenti, politica e mercati sottovalutano la portata”
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Redazione Economia
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La guerra in Iran, con il suo potenziale devastante sulle infrastrutture energetiche del Golfo Persico, rischia di provocare la più grave crisi energetica mai registrata nella storia contemporanea. A lanciare l’allarme, con una lucidità che non ammette mezzi termini, è Fatih Birol, il direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie), il quale, in un’intervista rilasciata al Financial Times, ha sottolineato come politici e mercati stiano, di fatto, sottovalutando la profondità e le conseguenze di questa situazione. Il problema, secondo Birol, lungi dall’essere circoscritto al presente, è destinato ad aggravarsi con il passare dei giorni, finché i flussi energetici provenienti dal Medio Oriente – una regione che da sola esporta un quinto del petrolio e del gas mondiale – rimarranno interrotti a causa del blocco imposto dall’Iran nello Stretto di Hormuz. “La gente capisce che si tratta di una sfida enorme”, ha dichiarato il numero uno dell’Aie, “ma non sono sicuro che la gravità e le conseguenze della situazione siano ben comprese”.
Un’interruzione senza precedenti e una risposta d’emergenza che non ha convinto i mercati
I fatti, in questo scenario, parlano di numeri che non hanno eguali nella storia del mercato petrolifero. Il blocco dello Stretto di Hormuz – il punto di transito obbligato per circa 20 milioni di barili al giorno, pari al 20% del consumo globale di greggio – ha creato una delle più grandi interruzioni dell’approvvigionamento mai viste, rimuovendo di fatto dal mercato una quantità di energia capace di far impennare i prezzi ben oltre la soglia dei 100-110 dollari al barile, con impatti ancora più pesanti, se possibile, sul gasolio. Di fronte a questa emergenza, l’Aie stessa è corsa ai ripari, mettendo in campo una risposta senza precedenti: è stato infatti autorizzato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei paesi membri, una manovra che rappresenta il più grande rilascio coordinato di sempre, più del doppio di quello effettuato dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Eppure, nonostante questo sforzo, i mercati non hanno risposto con il proporzionale abbassamento dei prezzi che ci si poteva attendere, segno evidente che la percezione della scarsità, alimentata dall’incertezza geopolitica, continua a prevalere sui dati oggettivi dell’offerta d’emergenza.
La guerra, il prezzo del petrolio e le ricadute sull’economia reale
Mentre il conflitto in Medio Oriente infiamma le quotazioni del greggio, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha deciso di andare oltre la semplice gestione delle scorte, pubblicando un report centrato su azioni immediate che governi, imprese e cittadini possono adottare per ridurre il consumo di carburante. Si tratta, in sostanza, di un decalogo di consigli – dal limitare l’uso delle auto in città, al lavorare da casa per ridurre gli spostamenti quotidiani, fino all’evitare i viaggi aerei dove esistano opzioni alternative – che mira ad alleggerire il peso dell’aumento del prezzo del petrolio sui consumatori. Queste raccomandazioni, che per molti versi ricordano le politiche di austerity energetica del passato, arrivano in un momento in cui le ricadute sull’economia reale stanno diventando tangibili: l’impennata dei costi non colpisce solo il costo della benzina, ma si riversa a cascata su trasporti, industria e persino sulla cottura dei cibi, con il rischio concreto di innescare una spirale inflazionistica difficile da controllare.
I nodi strutturali e il giudizio di Birol sulla portata della crisi
A rendere la situazione ancora più complessa, però, è un fattore strutturale che va oltre la semplice riapertura dei rubinetti. La stessa risposta d’emergenza dell’Aie, sebbene imponente, non ha portato esattamente al risultato sperato in termini di calmieramento dei prezzi, lasciando intendere che la fiducia dei mercati è stata erosa alla radice. Birol, consapevole di questa dinamica, ha voluto precisare che il rilascio di 400 milioni di barili rappresenta solo il 20% delle riserve totali a disposizione – “abbiamo ancora l’80% in tasca”, ha dichiarato per rassicurare gli operatori – ma ha anche ammesso che sono in corso discussioni con produttori come Canada, Messico, Brasile e Norvegia per accelerare l’aumento della produzione. Tuttavia, l’avvertimento più severo è un altro: neppure queste misure potranno compensare appieno la perdita di grecio medio-orientale finché lo Stretto di Hormuz resterà di fatto bloccato. “L’azione più importante”, ha concluso Birol, “è la ripresa dei transiti attraverso lo Stretto”, un obiettivo che appare ancora lontano, vista l’intensità del conflitto e il deterioramento delle infrastrutture energetiche nella regione.




