L’agenzia internazionale per l’energia: “È la più grande interruzione nella storia del mercato petrolifero”
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Redazione Economia
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L’escalation militare in Medio Oriente, con il conflitto che ha come epicentro l’Iran e le sue minacce credibili di bloccare il traffico navale, sta producendo quello che l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) ha definito senza mezzi termini come il più grave shock petrolifero mai registrato. Il cuore della crisi, lo Stretto di Hormuz, quel sottile corridoio marittimo attraverso il quale, in tempi di pace, transita circa un quinto del greggio mondiale, è di fatto paralizzato; le esportazioni, secondo i monitoraggi dell’Agenzia, sono crollate a meno del dieci per cento rispetto ai volumi pre-conflitto, riducendo i flussi a un “rigagnolo” e costringendo i paesi produttori del Golfo a interventi drastici sulla produzione. L’impatto è talmente violento che i produttori, con i serbatoi di stoccaggio ormai saturi e senza vie alternative per smaltire il greggio, hanno dovuto ridurre l’estrazione di almeno dieci milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati, un taglio che da solo supera l’intera produzione di molti singoli paesi membri dell’Opec.
Di fronte a questo scenario, che ha visto il prezzo del Brent sfiorare in pochi giorni i centoventi dollari al barile per poi assestarsi comunque su soglie storicamente elevate, i governi hanno tentato una risposta coordinata senza precedenti. I trentadue stati membri dell’Aie, riunitisi d’urgenza, hanno infatti dato il via libera al più massiccio rilascio di riserve strategiche mai effettuato, immettendo sul mercato qualcosa come quattrocento milioni di barili prelevati dalle scorte di emergenza. Un’operazione, questa, che mira a tamponare l’emorragia di offerta causata dalla chiusura di Hormuz, fornendo una sorta di cuscinetto per circa venti giorni di mancato transito, ma che secondo Fatih Birol, il direttore esecutivo dell’Agenzia, rappresenta pur sempre “una misura tampone” in attesa di una soluzione diplomatica o militare del conflitto. La stessa Aie, nel suo ultimo rapporto, ha del resto ridimensionato le previsioni di crescita dell’offerta globale per il 2026 a soli 1,1 milioni di barili al giorno, più che dimezzando le stime precedenti e certificando di fatto la gravità della situazione.
L’incognita dei prezzi e lo spettro di uno shock macroeconomico
La domanda che analisti e governi si pongono, naturalmente, è fino a dove potrà spingersi il prezzo del barile. Se la minaccia iraniana di portare le quotazioni a duecento dollari può apparire a prima vista come una provocazione bellica, diversi esperti tendono a prenderla molto seriamente. Simone Tagliapietra, senior fellow del think tank Bruegel, interpellato dall’Adnkronos, ha spiegato che in caso di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, arrivare a quei livelli è persino “tranquillo”, sia che si parli di centocinquanta o di duecento dollari, perché al di sopra della soglia psicologica dei cento dollari lo shock macroeconomico per le economie occidentali è comunque garantito. Francesco Sassi, professore di geopolitica dell’energia all’Università di Oslo, ha rincarato la dose, definendo la prospettiva iraniana “più realistica delle assicurazioni” provenienti da Stati Uniti ed Europa, e bollando il rilascio coordinato delle riserve come un “buco nell’acqua” se il conflitto dovesse protrarsi per settimane o mesi.
L’illusione di una rapida soluzione e i rischi per l’Europa
L’amministrazione Trump, che pure aveva scommesso su un blitz militare capace di provocare un rapido cambio di regime a Teheran, si trova ora a fare i conti con una resistenza iraniana molto più solida del previsto e con un nemico che ha nella capacità di chiudere i rubinetti del petrolio la sua vera arma di ritorsione. La strategia iraniana appare chiara: creare caos nella regione e volatilità sui mercati energetici, consapevole che quella leva rappresenta la sua “testata nucleare” economica. L’Europa, e l’Italia in particolare, si trovano in una posizione di estrema vulnerabilità. Sebbene Bruxelles assicuri che le scorte di emergenza siano piene e che per ora non vi siano rischi immediati di approvvigionamento, l’impennata dei prezzi del gas, schizzati di oltre il cinquanta per cento in poche settimane, e la dipendenza di paesi come l’Italia dal Gnl qatariota, espongono il continente a una nuova crisi energetica che rischia di essere persino peggiore di quella seguita all’invasione russa dell’Ucraina.
Il dilemma della sicurezza navale e l’allargarsi del conflitto
A complicare ulteriormente il quadro, e a rendere vani gli sforzi diplomatici, è la dimensione puramente militare della crisi. La Marina statunitense, nonostante le promesse del presidente Trump di garantire un passaggio sicuro alle petroliere attraverso un programma di assicurazioni e scorta militare, ha di fatto smentito la possibilità di proteggere il naviglio commerciale in un’area così vasta e insidiosa. Nel frattempo, gli attacchi si moltiplicano: non solo nello Stretto di Hormuz, ma anche in acque irachene dove due navi cisterna sono state colpite, e alle infrastrutture petrolifere del Bahrein, segno che l’incendio si sta estendendo a macchia d’olio. La possibilità che gli Houthi yemeniti, tradizionali alleati di Teheran, intensifichino le loro azioni nel Mar Rosso, rappresenta un’altra variabile inquietante capace di tenere impegnate le portaerei americane e moltiplicare i fronti su cui si gioca la partita dell’energia globale. In questo contesto, ogni giorno che passa senza una riapertura dello Stretto non fa che aggravare una spirale dalla quale sarà sempre più difficile uscire.




