La guerra in Medio Oriente e l’allarme dell’Aie: “Il più grande shock petrolifero della storia”
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Redazione Economia
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Non bastava la raffica di attacchi nel Golfo Persico, con sette navi colpite nelle acque intorno all’Iran, tra cui due petroliere finite in fiamme, a far impennare il prezzo del greggio. A gettare benzina sul fuoco, ed è proprio il caso di dirlo, ci ha pensato l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) con il suo ultimo rapporto mensile, un documento che ridisegna gli equilibri di un mercato globale già in apnea. Perché il dato, crudo e spietato, è che la produzione dei paesi del Golfo, almeno per ora, è crollata di circa 10 milioni di barili al giorno, una cifra che da sola rappresenta una fetta imponente del fabbisogno mondiale. E se è vero che la stima precisa parla di una contrazione di 8 milioni di barili di greggio, a cui vanno aggiunti altri 2 milioni tra condensati e liquidi di gas naturale, il concetto non cambia: ci troviamo di fronte a un’emorragia di offerta senza precedenti.
Il nodo di Hormuz e la paralisi dei flussi commerciali
Il cuore pulsante di questa crisi, lo si capisce bene leggendo il report, batte in un punto geografico preciso e micidiale: lo Stretto di Hormuz. Quel passaggio obbligato, attraverso il quale transitava abitualmente qualcosa come 20 milioni di barili al giorno, pari a circa un quinto del commercio mondiale di petrolio, si è trasformato in un imbuto paralizzato. Oggi, complice la guerra e la paura che attanaglia gli armatori, i flussi si sono ridotti a un rivolo, con le petroliere che incrociano in rada o cambiano rotta, quando non finiscono bersaglio di attacchi. La conseguenza, spiega l’Aie, è che i paesi produttori dell’area, dall’Iraq all’Arabia Saudita, passando per Qatar, Kuwait ed Emirati, non hanno altra scelta che ridurre o sospendere l’estrazione: i serbatoi di stoccaggio sono pieni e il greggio, se non può essere caricato sulle navi, non ha dove andare.
E la situazione, a guardarla bene, non riguarda solo il greggio. L’analisi dell’agenzia con sede a Parigi mette in fila una serie di conseguenze a cascata che rischiano di investire l’intera filiera energetica. Perché oltre ai campi di estrazione, a soffrire sono anche le raffinerie della regione, molte delle quali hanno già ridotto i tassi di lavorazione o sono state costrette a fermi temporanei, vuoi per ragioni di sicurezza, vuoi per danni subiti alle infrastrutture. Il problema, qui, diventa la raffinazione e la disponibilità di prodotti finiti, dal diesel al carburante per aerei, quei carburanti che oggi iniziano a scarseggiare sui mercati internazionali e che rendono particolarmente vulnerabili interi settori dell’economia globale, dal trasporto aereo alla petrolchimica.
La maxi-immissione di riserve e la reazione dei mercati
Di fronte a questo scenario apocalittico, l’Aie e i paesi del G7 hanno tentato una manovra di contenimento senza precedenti, autorizzando il rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei paesi membri, una mossa che nella storia dell’agenzia non ha eguali per dimensioni. Eppure, e qui sta il paradosso che gli operatori di Wall Street hanno dovuto metabolizzare in queste ore, il mercato non solo non ha frenato, ma ha continuato a correre. Il Dow Jones, quando la campanella ha segnato l’avvio della seduta, ha aperto in calo dell’1,1%, seguito da S&P e Nasdaq, ma il petrolio, quello vero, il Brent e il Wti, hanno ignorato la notizia balzando rispettivamente del 6 e dell’8%, con il primo tornato a lambire i 100 dollari al barile.
Perché questa sordina? La risposta, per gli analisti, sta nella natura stessa dell’intervento. Le riserve strategiche, spiegano, sono un cuscinetto, un ammortizzatore studiato per tamponare emergenze temporanee, ma non possono sostituire i flussi quotidiani di petrolio che arrivano dai produttori. Il mercato, in fondo, non guarda tanto ai numeri assoluti dei barili messi a disposizione, quanto alla loro capacità di compensare giorno per giorno il deficit che si è creato. E se i 400 milioni di barili dell’Aie rappresentano una boccata d’ossigeno, il blocco di Hormuz, se dovesse durare settimane, rischia di trasformare quella boccata in un respiro affannoso e del tutto insufficiente. Una considerazione, quest’ultima, che il direttore esecutivo Fatih Birol ha dovuto prendere atto, riconoscendo che la portata delle perdite dipenderà in ultima analisi dalla durata del conflitto e dalla capacità di riaprire al traffico quella rotta marittima oggi diventata la principale ferita del mercato energetico globale.
Il crollo delle previsioni di crescita e l’incertezza sull’offerta
L’Aie, nel suo rapporto, ha dovuto così fare i conti con una realtà che cambia le carte in tavola per l’intero 2026. Le previsioni di crescita dell’offerta, che a febbraio sembravano solide con un +2,4 milioni di barili al giorno, sono state letteralmente dimezzate a 1,1 milioni, un taglio che fotografa la violenza dello shock in corso. E quel poco che crescerà, avverte l’agenzia, verrà interamente da paesi non-Opec+, da produttori come Kazakistan e Russia, che cercheranno di approfittare del vuoto lasciato dal Medio Oriente, ma che difficilmente potranno colmarlo del tutto. La geopolitica, in questo frangente, torna a dettare legge sull’economia, e la guerra con l’Iran, con le sue ramificazioni e i suoi colpi di coda, si sta rivelando il detonatore di una crisi energetica che, per portata e intensità, non ha eguali nella storia del mercato petrolifero globale.




