Crisi energetica, i consigli dell’AIE per frenare il caro petrolio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La stabilità energetica mondiale, messa a dura prova dalle recenti tensioni in Medio Oriente che hanno visto l’aggressione di Stati Uniti e Israele all’Iran, si trova oggi a fare i conti con la più imponente interruzione dell’offerta mai registrata nella storia del mercato petrolifero. Il punto critico, come ormai noto, è rappresentato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, uno snodo vitale attraverso cui transitano quotidianamente circa 20 milioni di barili, una cifra che da sola equivale a un quinto del consumo globale. È su questo scenario, già di per sé fortemente compromesso, che si innestano le raccomandazioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), chiamata a suggerire strategie per arginare la corsa dei prezzi senza però poter intervenire direttamente sulle leve geopolitiche che hanno innescato il cortocircuito.

L’impatto del conflitto sul Vecchio continente

La guerra contro l’Iran scatenata dagli Stati Uniti e da Israele, spiegano molti analisti, va ben oltre le conseguenze di carattere geopolitico: essa rischia di impattare direttamente — e in molti casi questo sta già accadendo — sul portafoglio dei cittadini, colpendo con particolare intensità l’Europa insieme ai mercati asiatici. Gli effetti sui prezzi dei beni al consumo potranno essere più o meno intensi e prolungati a seconda dell’evoluzione del conflitto, ma interesseranno giocoforza tutti i Paesi del Vecchio continente, creando una pressione inflazionistica che si aggiunge a quelle già esistenti. In questo contesto, il nodo della sicurezza energetica torna prepotentemente al centro del dibattito, non solo come questione di approvvigionamento immediato, ma come elemento strutturale della tenuta economica europea.

La lezione della Bocconi e gli errori strategici dell’Ue

I ricercatori dell’Institute for European Policymaking della Bocconi hanno recentemente sottolineato come l’Europa, pur non avendo iniziato questa guerra, ne stia pagando il prezzo economico a mano a mano che la produzione e il trasporto di petrolio e gas naturale vengono perturbati in tutto il Medio Oriente. La loro analisi parte da un antecedente preciso: quattro anni fa l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia aveva già innescato una crisi energetica nel continente, rivelando le fragilità di un sistema troppo dipendente da fornitori esterni. Oggi, con l’attacco all’Iran, si ripropone lo stesso schema, ma in un contesto di mercato ancora più teso, dove le riserve strategiche — seppur utili — rischiano di rivelarsi uno strumento insufficiente se non accompagnate da una diversificazione delle fonti e delle rotte di approvvigionamento.

Energie pulite: un’opportunità tra alti e bassi

In questo scenario di incertezza legata alle fonti fossili, il tema delle energie rinnovabili riemerge come un’opportunità, sebbene il percorso degli investimenti in questo settore sia stato tutt’altro che lineare. Un esempio tangibile di questa volatilità arriva dall’andamento di alcuni strumenti finanziari legati al settore: il 7 maggio 2022 veniva consigliato per la prima volta L&G Clean Energy Ucits, un fondo che all’epoca quotava 10,53 euro. Da quel momento ha conosciuto un andamento complesso: dopo un leggero rialzo iniziale, ha progressivamente perso terreno, raggiungendo un minimo di soli 7,11 euro ai primi di aprile 2025. In tutto questo lasso di tempo, nonostante le fluttuazioni, è sempre stato consigliato all’acquisto, a testimonianza di una fiducia di medio-lungo periodo nella transizione energetica, unica via percorribile per ridurre la dipendenza da aree geopoliticamente instabili.

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