Hormuz, il grido di allarme dell’Aie: “Peggiore crisi energetica della storia” e l’Europa naviga a vista

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La quiete apparente del porto di Rotterdam, testimone silenzioso di uno degli scambi commerciali più intensi del pianeta, è stata scalfita il 9 aprile dall’arrivo della petroliera Rong Lin Wan. Un colosso d’acciaio di 250 metri, quest’ultima imbarcazione è stata tra le ultime a scivolare fuori dal Golfo Persico prima che lo Stretto di Hormuz – di fatto – smettesse di esistere come via navigabile. Quando le sue stive sono state finalmente scaricate, in Europa è cominciato il conto alla rovescia di un’incognita pesante come il petrolio che manca: quanto carburante abbiamo realmente nelle riserve? La risposta, emersa dai verbali di un vertice ministeriale riservato ottenuti da Politico, è disarmante nella sua semplicità: nessuno, al momento, lo sa con certezza.

Se si cerca una spiegazione a questa improvvisa cecità sui dati, bisogna spostarsi al centro della tempesta perfetta che ha avvolto il Medio Oriente. L’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha innescato una reazione a catena destinata a ridefinire gli equilibri economici globali. Il blocco dello Stretto di Hormuz, unito ai bombardamenti sistematici delle infrastrutture energetiche nel Golfo, ha creato un’emorragia di materia prima che il mondo non vedeva da decenni. A lanciare l’allarme più drammatico, raccolto durante una conferenza sulle rinnovabili, è stato il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’Energia, Fatih Birol: le sue parole – “Il mondo sta affrontando la peggior crisi energetica della sua storia” – non sono sembrate affatto un’esagerazione retorica, bensì la fotografia spietata di un presente già in atto.

Il lutto dell’oro nero e la conta dei danni nel Golfo

Le dichiarazioni del Fondo monetario internazionale hanno confermato i peggiori timori degli analisti, e i numeri diffusi dall’Aie dipingono un quadro di devastazione economica senza precedenti. Per comprendere la portata del disastro, basti pensare che la carenza attuale di petrolio e gas è talmente ampia da superare la somma delle prime due crisi petrolifere della storia (quelle del 1973 e del 1979) messe insieme, aggiungendoci anche lo shock provocato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. “Ad oggi, abbiamo perso 13 milioni di barili di petrolio al giorno” ha rivelato Birol in un’altra intervista a CNBC, sottolineando che non si tratta solo di una questione di volumi, ma di fragilità strutturale.

I riflessi di questa ecatombe si vedono già nei prezzi al consumo, sebbene l’onda d’urto più violenta sia quella che colpisce i beni strumentali. Secondo le ultime rilevazioni, il Brent del Mare del Nord è volato fino a toccare quota 126 dollari al barile, un livello che non si registrava da quattro anni a questa parte. Tuttavia, l’aspetto forse più preoccupante emerso dalle valutazioni tecniche riguarda le infrastrutture: più di 80 grandi impianti energetici situati nell’area del Golfo hanno riportato danni a causa dei bombardamenti, e di questi oltre un terzo in maniera grave. Birol lo ha ribadito con un realismo privo di ottimismo: anche qualora lo Stretto venisse magicamente riaperto domani, i tempi di recupero non saranno brevi, e non si tornerà alla normalità come accaduto nelle crisi precedenti.

Jet fuel e diesel, il tallone d’Achille dell’Europa

Se il dato grezzo del petrolio fa paura, è l’analisi dei prodotti raffinati a rivelare la vulnerabilità estrema del Vecchio Continente. L’Europa, ha spiegato il direttore dell’Aie, consuma quotidianamente circa 1,6 milioni di barili di jet fuel (il carburante per aerei). In un anno normale, la capacità produttiva interna si ferma a 1,1 milioni di barili al giorno, il che significa che la differenza – circa 500mila barili al giorno – deve necessariamente arrivare dall’importazione. Di questa fetta, oltre il 75% proveniva proprio dal Medio Oriente, una percentuale oggi azzerata dalla chiusura di Hormuz. Il restante 25% era importato solitamente da paesi come Cina, India e Sudafrica, i quali hanno però imposto severe restrizioni all’export per proteggere i propri mercati interni, scatenando una concorrenza spietata tra Asia ed Europa per accaparrarsi le poche forniture rimaste da Nigeria e Stati Uniti.

Da qui, la criticità si trasferisce direttamente sui prezzi al dettaglio e sulla tenuta del settore dei trasporti. Ursula von der Leyen, intervenendo al Parlamento Europeo, ha quantificato il colpo subito dalle casse europee: un aggravio di oltre 27 miliardi di euro sul costo delle importazioni di fossili in appena due mesi di guerra. Il suo appello alla “forza industriale” del blocco è suonato come un monito a evitare una “corsa nazionale” alle scorte, che frammenterebbe il mercato unico e alimenterebbe la speculazione. La preoccupazione per il diesel e il cherosene non è una questione tecnica, ha sottolineato la presidente della Commissione, ma una questione politica, perché incide direttamente sulla logistica alimentare, sull’agricoltura e sulla mobilità dei cittadini, creando tensioni sociali difficili da gestire per i governi nazionali.

Rincari alla pompa e la spada di Damocle sui voli

L’effetto immediato di questa impennata dei costi all’ingrosso lo si legge già nei listini dei carburanti, appesantiti dal crollo dei volumi disponibili. Per l’Italia, che secondo Birol ha nel mix elettrico una quota “troppo alta” di gas naturale (rendendola un importatore vulnerabile alle mareggiate del mercato globale), il rischio di una stagnazione economica diventa concreto. Sebbene la benzina per auto non sia ancora in piena crisi, la situazione del diesel è già critica per l’industria, mentre il settore aereo rischia il collasso. Proprio nelle ultime settimane, l’Europa ha già assistito a diverse cancellazioni di voli, un fenomeno destinato ad amplificarsi man mano che le riserve di kerosene – di cui si è perso il conto esatto – si esauriranno.

La Germania, tradizionale motore economico del continente, ha già alzato la guardia convocando il Consiglio nazionale di sicurezza. Il cancelliere Friedrich Merz ha escluso per ora una crisi imminente – le scorte attuali sono considerate sufficienti per il prossimo futuro – ma l’attivazione della task force energia e la sua trasformazione in un comitato permanente di sottosegretari indicano chiaramente che Berlino si sta preparando al peggio. L’obiettivo, come rivelato dai documenti, non è solo quello di monitorare i prezzi, ma di contrastare le rotte alternative (come la cosiddetta “flotta ombra” russa nel Baltico) che tentano di eludere le sanzioni, mentre la ministra dell’Economia, Katherina Reiche, ha avviato consultazioni d’urgenza con gli operatori del settore per evitare che la carenza di cherosene blocchi la logistica nazionale. In un mondo in cui lo Stretto di Hormuz è diventato un cortile chiuso a chiave, l’Europa scopre di aver smarrito le chiavi per muoversi.

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