La crisi energetica è epocale, ma i mercati e la politica mondiale la sottovalutano

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’allarme, a lanciarlo con parole che non ammettono mezze misure, è il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia: ci troviamo di fronte a una crisi epocale, la cui portata – a suo avviso – viene sistematicamente sottovalutata tanto dai mercati finanziari quanto dalle agende della politica mondiale. Un giudizio pesante, che arriva mentre il governo italiano studia nuove soluzioni per tamponare gli effetti di una tempesta perfetta, e mentre la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ribadisce la necessità di contare su un’apertura da parte di Bruxelles verso misure straordinarie. D’altronde, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, non ha escluso nemmeno il ricorso a una soluzione considerata impraticabile fino a poco tempo fa: la riapertura temporanea delle centrali a carbone, un passo indietro verso il fossile che evidenzia la drammaticità del momento.

Lo snodo critico, quello che tiene col fiato sospeso gli analisti, è la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz. Un passaggio obbligato per il traffico mondiale del petrolio, la cui eventuale interruzione farebbe impennare i prezzi con effetti immediati su ogni anello della catena economica globale. A fronte di questo scenario, l’Agenzia internazionale per l’energia ha deciso di uscire dagli schemi della diplomazia tecnica per lanciare un appello concreto, quasi un decalogo comportamentale, rivolto a governi, imprese e famiglie. L’idea di fondo è che, agendo insieme sul fronte della domanda, si possa attenuare l’impatto dell’instabilità dei mercati petroliferi – un’instabilità, va ricordato, acuita dal conflitto in Medio Oriente.

Meno auto, meno spostamenti, un ricorso più massiccio allo smart working: l’Australia, in questa direzione, si è già mossa, diventando un laboratorio anticipatore di quelle che potrebbero diventare prassi diffuse anche altrove. L’Iea, dal canto suo, ha messo nero su bianco una serie di azioni immediatamente attuabili per ridurre la pressione dei prezzi sui consumatori. Si va dalla riduzione della velocità in autostrada alla condivisione delle tratte automobilistiche, fino a interventi più strutturali come l’abbassamento del riscaldamento negli edifici pubblici e privati. Un ritorno, per certi versi, a quell’atmosfera di austerity che molti ricordano bene: alla fine del 1973, un’altra crisi petrolifera impose il blocco domenicale delle auto private, la riduzione dell’illuminazione pubblica e la chiusura anticipata di bar e ristoranti.

Le dieci azioni quotidiane per ridurre la domanda di petrolio

L’elenco predisposto dall’Agenzia internazionale per l’energia non ha nulla di teorico: sono dieci punti, pensati per essere attuati su larga scala, che mirano a ridurre la domanda in tempi brevi. Tra questi, spicca l’invito a lavorare da casa per almeno tre giorni alla settimana, una misura che, se generalizzata, taglierebbe in modo significativo il consumo di carburante per gli spostamenti casa-lavoro. C’è poi la proposta di introdurre domeniche senza auto nelle grandi città, affiancata da un sistema di trasporto pubblico a basso costo o gratuito per incentivare l’abbandono dei mezzi privati. Non mancano indicazioni più minute, come l’alternanza delle auto in base alla targa nei giorni feriali o l’abbassamento del limite di velocità sulle autostrade, una soluzione già adottata in passato con risultati apprezzabili sul fronte dei consumi.

La sfida politica tra austerità e soluzioni strutturali

Sul versante politico, il confronto con Bruxelles si fa serrato. La premier Meloni ha messo in chiaro che l’Italia conta su una deroga alle rigide regole europee per poter varare misure straordinarie senza i vincoli abituali del bilancio. Una partita delicata, mentre il ministro Pichetto Fratin non chiude la porta al ritorno temporaneo al carbone: una scelta che avrebbe il sapore amaro di un passo indietro rispetto alla transizione green, ma che nella logica dell’emergenza potrebbe rivelarsi inevitabile per garantire la continuità del sistema industriale. La tensione, insomma, è quella tra l’urgenza di tamponare l’emergenza immediata e la necessità di non vanificare gli sforzi fatti negli ultimi anni per decarbonizzare il mix energetico.

Le abitudini individuali al centro della strategia globale

Ciò che rende questa fase diversa dalle crisi precedenti, a cominciare da quella del 1973, è la consapevolezza che il margine di manovra non è più solo nelle mani dei governi o dei grandi produttori. L’appello dell’Iea sposta il baricentro sulle abitudini quotidiane: ridurre i voli a corto raggio, ottimizzare l’uso degli impianti di climatizzazione negli uffici, incentivare il car sharing. Piccoli cambiamenti, se moltiplicati per milioni di persone, possono produrre un effetto aggregato capace di incidere sui prezzi. E se l’Australia ha già iniziato a tracciare la strada, per l’Europa e per l’Italia si profila un’autunno in cui il termine “austerity” rischia di tornare di moda, con tutto il peso sociale e politico che questo comporta.

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