Il petrolio vola sopra i 100 dollari, Khamenei chiude lo Stretto di Hormuz e l’Italia rilascia 10 milioni di barili
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Redazione Economia
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La tensione in Medio Oriente, fattore determinante per gli equilibri energetici globali, ha prodotto l’effetto temuto sui mercati: il prezzo del petrolio è tornato a superare abbondantemente la soglia psicologica dei cento dollari al barile, con il Brent – il greggio di riferimento per l’Europa – che nella giornata del 12 marzo ha toccato punte di 100,56 dollari, segnando un balzo superiore al nove per cento rispetto alla seduta precedente. Un’impennata, questa, che ha coinvolto anche il greggio leggero americano West Texas Intermediate, il cui contratto ha chiuso le contrattazioni a New York a 95,69 dollari, con un incremento percentuale addirittura superiore, attestatosi intorno al 9,67%. Il dado, ormai, è tratto: il mercato sconta il rischio concreto di un’interruzione prolungata delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia più strategico al mondo per il transito del greggio, attraverso cui passa circa un quinto del consumo globale. A gettare benzina sul fuoco è stata la prima, attesissima uscita pubblica del nuovo leader iraniano, Mojtaba Khamenei, che ha rivendicato la chiusura dello Stretto come un’arma di pressione, uno “strumento per fare pressione sul nemico”, una dichiarazione che di fatto cristallizza lo stato di belligeranza e che rende il passaggio, di fatto, una via impercorribile per le petroliere dirette in Occidente.
La ritorsione di Teheran e l’effetto sui prezzi
La posizione della Guida Suprema, alla sua prima apparizione dopo la controversa elezione, non lascia spazio a interpretazioni: Teheran intende mantenere il pugno duro contro Stati Uniti e Israele, e lo Stretto di Hormuz – le cui acque sono già state teatro di attacchi a navi mercantili e di incursioni belliche – resterà di fatto un canale interdetto. Le cronache delle ultime ore parlano di un’intensificazione delle azioni militari iraniane contro quelli che vengono definiti obiettivi nemici, con un crescendo di attentati a impianti e infrastrutture petrolifere che hanno fatto precipitare il clima di sicurezza regionale. Gli analisti osservano come il semplice annuncio del rilascio coordinato delle riserve strategiche da parte dell’Agenzia Internazionale dell’Energia non sia bastato a raffreddare gli animi degli operatori: il greggio, in questo contesto, viene percepito come un bene rifugio, ma anche come l’asset più esposto a un rischio geopolitico ormai conclamato. Il rincaro, va detto, non è omogeneo né stabile, e nel corso della stessa giornata si sono viste fluttuazioni anche di diversi dollari, segno di un nervosismo che pervade le trading room: il Brent, dopo il picco, ha oscillato attorno ai 99 dollari, ma la tendenza al rialzo sembra strutturale finché persisterà il blocco de facto della via d’acqua.
La risposta occidentale e il contributo italiano
Di fronte a questa ennesima crisi energetica, i paesi membri dell’Aie hanno deciso di attingere a piene mani alle proprie scorte di emergenza, immettendo sul mercato complessivamente 400 milioni di barili, un’operazione senza precedenti per dimensioni, superiore persino a quella attuata in seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina. L’Italia, da parte sua, ha confermato la propria adesione al piano: il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha ufficializzato il rilascio di una quota pari a circa 10 milioni di barili – per la precisione 9 milioni e 966 mila barili – corrispondenti al 2,5% del totale messo a disposizione dall’alleanza e a circa il 13,5% delle riserve strategiche nazionali. Una mossa, questa, che mira a garantire una boccata d’ossigeno a un sistema economico che teme ripercussioni immediate sul costo dei carburanti e, a cascata, sull’inflazione. Le scorte italiane, stando ai dati diffusi dal Mase, ammontano a poco meno di dodici milioni di tonnellate equivalenti di petrolio, un quantitativo che assicura la copertura di novanta giorni di importazioni nette, in linea con i dettami europei; il governo, evidentemente, ha ritenuto che sacrificare una parte di questa riserva fosse necessario per scongiurare speculazioni e tensioni sociali.
I numeri di un rally inarrestabile
Analizzando i dati di borsa emerge con chiarezza la portata del fenomeno: il balzo del greggio non è stato un fuoco di paglia, ma il risultato di sedute consecutive in forte rialzo. Il Wti, quotato intorno ai 95 dollari nella tarda serata del 12 marzo, ha visto un incremento superiore all’otto per cento in poche ore, mentre il Brent, dopo aver sfondato il muro dei cento dollari, si è assestato su livelli che non si registravano da molti mesi. È interessante notare come l’aumento sia stato generalizzato, coinvolgendo sia i benchmark europei che quelli statunitensi, a testimonianza di una preoccupazione diffusa e non limitata a un’area geografica specifica. Le cronache di agenzia parlano di un’impennata del 9,33% per il Brent e del 9,67% per il Wti, numeri che raccontano di un mercato in ebollizione, dove ogni attacco a una nave o ogni dichiarazione bellicosa proveniente da Teheran si traduce immediatamente in un rialzo dei prezzi. L’operazione di rilascio delle riserve, per quanto massiccia, appare agli occhi degli investitori come un palliativo, una misura che può tamponare un’emergenza nell’immediato ma che non risolve il nodo politico di fondo: finché lo Stretto di Hormuz resterà di fatto chiuso o sotto la minaccia costante di nuovi attacchi, il petrolio continuerà a viaggiare su questi livelli o, in uno scenario peggiore, a salire ancora.




