Il blocco dello Stretto di Hormuz congela i flussi petroliferi, l’Iea parla di uno “shock mai visto”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La guerra in Medio Oriente, con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele iniziati il 28 febbraio contro l’Iran, ha provocato quella che l’Agenzia Internazionale dell’Energia definisce senza mezzi termini “la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero mondiale”. Nel suo ultimo Oil Market Report, l’Iea dipinge lo scenario di un settore energetico globale precipitato in un territorio inesplorato, con il cuore del problema che batte nello Stretto di Hormuz. Attraverso quel collo di bottiglia, largo appena 33 chilometri nel punto più angusto, prima del conflitto fluivano ogni giorno circa 20 milioni di barili di greggio, l’equivalente di un quinto del consumo globale, insieme a un quarto del gas naturale liquefatto. Oggi, con l’area minata dalle forze iraniane e il traffico commerciale sotto la costante minaccia dei pasdaran, il passaggio è di fatto paralizzato.

Le conseguenze per i produttori dell’area sono state immediate e drastiche. Con i serbatoi di stoccaggio ormai saturi e nessuna possibilità di caricare il greggio sulle navi, i paesi del Golfo sono stati costretti a operare un taglio della produzione stimato in almeno 10 milioni di barili al giorno. L’Iraq, le cui entrate finanziarie dipendono per il novanta per cento dalla vendita di greggio, sta cercando freneticamente rotte alternative per evitare il blocco, come dichiarato all’agenzia France Presse dal portavoce del Ministero del Petrolio, Sahib Bazoon al-Hasnawi, il quale ha confermato che diverse petroliere con carico iracheno sono ancora ferme in mare in attesa di una destinazione. L’impatto non si limita all’estrazione: oltre 3 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione sono già stati fermati nell’area a causa degli attacchi o della mancanza di sbocchi per i prodotti finiti, come segnala l’Iea nel suo rapporto.

Di fronte a questa paralisi, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti stanno tentando di attivare tutte le contromisure possibili per aggirare l’ostacolo, pur essendo ben consapevoli che si tratta di soluzioni tampone. Riad ha incrementato al massimo l’utilizzo dell’oleodotto transarabico noto come Petroline o East-West Pipeline, che attraversa il deserto per 750 miglia collegando i giacimenti orientali al porto di Yanbu sul Mar Rosso. L’amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, ha avvertito che un’ulteriore sospensione delle spedizioni attraverso Hormuz avrebbe conseguenze catastrofiche per l’economia globale, e ha fatto sapere che la compagnia punta a portare la capacità del pipeline alla sua massima potenzialità di 7 milioni di barili al giorno nei prossimi giorni. Parallelamente, Abu Dhabi sta sfruttando l’oleodotto Habshan-Fujairah (ADCOP), che con una capacità di 1,5 milioni di barili al giorno permette di esportare il greggio dal porto sull’Oceano Indiano, evitando così il transito nel Golfo.

L’offerta globale di greggio verso un crollo verticale a marzo

Le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia dipingono un futuro immediato di forte contrazione. L’offerta globale di petrolio è prevista in calo di circa 8 milioni di barili al giorno nel mese di marzo, nonostante i paesi non-OPEC+, come Kazakistan e Russia, stiano aumentando temporaneamente la loro produzione per compensare in parte il disastro mediorientale. “Sebbene l’entità delle perdite dipenderà dalla durata del conflitto e dalle interruzioni dei flussi”, si legge nel rapporto, la previsione di crescita per l’intero 2026 è già stata rivista drasticamente al ribasso, fermandosi a 640.000 barili al giorno, anche a causa del rallentamento della domanda globale. Tra cancellazioni di voli su vasta scala e il caro-prezzi che inizia a mordere, l’Iea prevede che il consumo mondiale di petrolio subirà un freno di circa 1 milione di barili al giorno tra marzo e aprile.

Sui mercati, l’onda d’urto si è tradotta in oscillazioni violente dei prezzi. Dopo l’inizio dell’operazione militare, il Brent è schizzato fino a sfiorare i 120 dollari al barile, per poi assestarsi, al momento della redazione del report Iea, intorno ai 92 dollari. Una volatilità che racconta l’incertezza degli investitori, divisi tra il timore di una crisi energetica prolungata e la speranza in una rapida soluzione diplomatica o militare che possa riaprire la rotta. Nel frattempo, il costo del noleggio delle navi cisterna ha subito rincari vertiginosi, con alcune tratte dal Medio Oriente alla Cina che hanno visto i prezzi quasi raddoppiare nell’arco di una settimana.

La risposta delle riserve strategiche, una misura tampone in attesa della riapertura

Per arginare lo shock e immettere liquidità in un mercato che rischia l’asfissia, i paesi membri dell’Iea hanno concordato un rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle loro riserve strategiche di emergenza. Si tratta di una mossa senza precedenti per dimensioni e tempestività, che punta a sfruttare scorte globali osservate pari a 8.210 milioni di barili, il livello più alto dal 2021. Tuttavia, l’Agenzia stessa tiene a precisare che questo intervento rappresenta un “cuscinetto significativo e benvenuto”, ma rimane pur sempre una misura tampone, non una soluzione strutturale. Il ritorno alla normalità, e con esso la stabilità dei prezzi e dei flussi, è subordinato a una sola variabile: la protezione fisica della navigazione nello Stretto di Hormuz.

Le difficoltà, intanto, si moltiplicano a cascata su tutti i fronti. Il colosso del trasporto marittimo Msc ha comunicato ai propri clienti la sospensione di alcune spedizioni dall’area del Golfo, dichiarando la “fine del viaggio” per merci già a bordo o in attesa negli scali, una decisione che fa il paio con quelle già annunciate da altre compagnie come Maersk. Circa un migliaio di navi, per oltre la metà petroliere e metaniere, risultano bloccate nell’area di Hormuz, con un valore della merce in stiva stimato in 25 miliardi di dollari. Un’emergenza che dall’energia si sta allargando a macchia d’olio all’intero sistema degli scambi globali, minacciando le filiere produttive di mezzo mondo.

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