L’AIe e la crisi petrolifera: “rilasceremo altre scorte se servirà, ma la vera chiave è Hormuz”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La guerra in Medio Oriente, e in particolare il conflitto che coinvolge l’Iran, ha provocato quella che l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) definisce senza mezzi termini come la più grave e profonda interruzione dell’approvvigionamento petrolifero mai registrata nella storia dei mercati energetici globali, un trauma che, per dimensioni e portata, avverte il direttore esecutivo Fatih Birol, ha già superato lo storico shock del 1973 e persino le turbolenze seguite all’invasione dell’Ucraina. Il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, un collo di bottiglia strategico attraverso cui transitava circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa di gas naturale liquefatto, ha di fatto congelato una parte preponderante della produzione dei Paesi del Golfo, costringendo colossi come l’Arabia Saudita e gli Emirati a fermare o ridurre drasticamente l’estrazione, con un taglio dell’offerta che l’Agenzia stima nell’ordine di diversi milioni di barili al giorno. Di fronte a questo scenario di collasso dei flussi, i 32 Paesi membri dell’AIE hanno reagito con un’azione coordinata senza precedenti, annunciando e mettendo in opera il più imponente rilascio di scorte strategiche di emergenza dalla fondazione dell’organizzazione, avvenuta nel lontano 1974.

Quattrocentoundici milioni di barili e la geografia dell’intervento

L’operazione, inizialmente quantificata in circa 400 milioni di barili, è stata successivamente dettagliata e aggiornata dall’Agenzia, che ha confermato un rilascio complessivo di 411,9 milioni di barili, una mole di greggio e derivati che viene immessa sul mercato con l’obiettivo primario di calmierare le quotazioni e fornire un “cuscinetto” temporaneo in attesa di una soluzione diplomatica o militare della crisi. Di questi, la maggior parte, ben 271,7 milioni di barili, proviene direttamente dalle riserve detenute dai governi, mentre la restante quota, circa 116,6 milioni, è costituita da scorte obbligatorie messe a disposizione dall’industria petrolifera e da altri soggetti privati, a dimostrazione di uno sforzo corale che coinvolge l’intera filiera energetica. L’analisi della ripartizione geografica dell’intervento rivela il peso preponderante degli Stati Uniti, le cui riserve strategiche contribuiscono per 171,2 milioni di barili, seguite dai paesi dell’area Asia-Pacifico, che partecipano con 66,8 milioni di barili governativi, e dall’Europa, la cui quota, seppur significativa, si attesta sui 32,7 milioni di barili di pertinenza statale. A questi numeri si aggiungono i contributi dei singoli stati europei annunciati nei giorni scorsi, come i 19,51 milioni della Germania, i 14,5 milioni della Francia e i 13,5 milioni del Regno Unito, tutti finalizzati a sostenere l’azione comune decisa a Parigi, sede dell’Agenzia.

Birol e l’effetto calmante: una boccata d’ossigeno, non la cura

Il direttore esecutivo Fatih Birol, nel fare il punto della situazione a pochi giorni dall’annuncio, ha rivendicato con soddisfazione l’efficacia immediata della mossa, sottolineando come il rilascio coordinato abbia già avuto un “forte impatto” e un “effetto calmante” sui mercati, contribuendo a ridimensionare le quotazioni del greggio che avevano brevemente superato la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, avvicinandosi ai picchi del 2022. Tuttavia, Birol è stato altrettanto rapido nel mettere in guardia dall’interpretare questa operazione come una soluzione definitiva alla crisi, ribadendo un concetto che gli è proprio: il rilascio delle scorte, per quanto massiccio e storicamente rilevante, rappresenta pur sempre un “cuscinetto”, una misura tampone essenziale per guadagnare tempo ed evitare il collasso immediato dei prezzi e delle economie importatrici, ma non può sostituirsi alla riapertura dei rubinetti alla fonte. La vera chiave di volta, il fattore dirimente per un ritorno a condizioni di stabilità duratura e per la ripresa di flussi commerciali normali, resta invariabilmente legato alla situazione nello Stretto di Hormuz, quel passaggio obbligato la cui chiusura di fatto sta strangolando l’export dei Paesi del Golfo. Finché le navi cisterna non potranno tornare a solcare quelle acque in sicurezza, ha spiegato Birol, l’intera economia mondiale continuerà a subire scosse di assestamento, e i produttori stessi, a cominciare dall’Iraq, si troveranno privati della linfa vitale delle loro entrate fiscali, con conseguenze facilmente immaginabili sulla stabilità sociale e politica di quelle nazioni.

Le riserve residue e la preparazione al peggio

Nonostante l’eccezionalità dell’intervento, che ha visto fuoriuscire dai depositi strategici una quantità di greggio senza pari, l’AIE tiene a rassicurare i mercati e i governi sulla tenuta complessiva del sistema di sicurezza energetico. L’operazione in corso, ha tenuto a precisare Birol, pur essendo la più grande mai tentata, ridurrà le scorte complessive dei paesi membri solo di circa il 20%, lasciando intatto un tesoretto di oltre 1,44 miliardi di barili ancora pronti all’uso qualora la situazione dovesse ulteriormente deteriorarsi o prolungarsi oltre ogni ragionevole previsione. È in questo quadro che si inserisce la dichiarazione dello stesso Birol sulla disponibilità dell’Agenzia a rilasciare ulteriore petrolio se necessario, un avvertimento che suona come una promessa di intervento ma anche come un’implicita ammissione della gravità di una crisi che, a suo stesso dire, ha superato qualsiasi altra interruzione osservata negli ultimi cinquant’anni. L’Agenzia, infatti, sta monitorando con la massima attenzione ogni fase della distribuzione, coordinando gli spostamenti dei barili verso i mercati asiatici, che stanno ricevendo le prime forniture proprio in queste ore, e verso le altre destinazioni, per evitare colli di bottiglia logistici e garantire che il greggio raggiunga le raffinerie con la massima tempestività possibile. Nel frattempo, altri attori globali, come India e alcune nazioni del Sud-Est asiatico, osservano con attenzione la situazione, pronti a valutare la possibilità di unirsi allo sforzo collettivo, mentre l’Agenzia ribadisce che il commercio globale di energia, anche nell’ipotesi ottimistica di una rapida riapertura dello Stretto, richiederà inevitabilmente tempi lunghi per un recupero pieno e strutturale.

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