La ricina nel piatto di Natale: il giallo di Pietracatella si trasforma in duplice omicidio
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Redazione Interno
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Passano tre mesi da quel Natale che aveva gelato il piccolo centro di Pietracatella, in provincia di Campobasso, e ciò che sembrava una tragica fatalità legata a un’intossicazione alimentare si è improvvisamente trasformato in un caso giudiziario di ben altra natura. La notizia che ha scosso il Molise, arrivata alla fine di marzo, è che Sara Di Vita, quindicenne con la vita davanti, e sua madre Antonella Di Jelsi, cinquant’anni, non sono morte per aver consumato cibo avariato durante le festività, ma perché qualcuno ha introdotto della ricina nella loro quotidianità. È una svolta che riapre ogni certezza, costringendo gli inquirenti a cambiare registro: la Procura di Larino ha aperto un fascicolo per duplice omicidio premeditato, lasciando cadere l’ipotesi iniziale di un semplice incidente domestico.
L’ombra della tossina e il ruolo del Centro antiveleni
La chiave di volta dell’inchiesta porta la firma del Centro antiveleni di Pavia, struttura che funge da punto di riferimento nazionale per la tossicologia. È stato proprio un alert verbale partito da lì a far scattare l’allarme: “Attenzione, nei corpi delle due donne possono esserci tracce di una sostanza potenzialmente velenosa”. Da quel momento, il quadro è cambiato radicalmente. Il fascicolo, inizialmente gestito dalla Procura di Campobasso che indagava per omicidio colposo a carico di cinque medici dell’ospedale Cardarelli, è stato trasferito all’ufficio di Larino, competente per territorio. Qui si cerca ora di ricostruire non l’errore medico, ma l’evento doloso che ha portato alla morte madre e figlia. Le analisi condotte non solo in Italia ma anche in Svizzera e negli Stati Uniti hanno confermato la presenza di questa potentissima tossina, estratta dai semi della pianta di ricino, una sostanza insapore e inodore che agisce bloccando la sintesi proteica delle cellule fino a causare un collasso multiorgano devastante e, come accaduto in questo caso, rapidissimo.
La famiglia divisa tra vittime e sopravvissuti
In questo scenario che ricorda la trama di un giallo, i riflettori si accendono inevitabilmente sulla cerchia familiare. Gianni Di Vita, commercialista ed ex sindaco del paese, è il marito della donna e padre delle due ragazze. Lui stesso era finito in ospedale con gli stessi sintomi, ma è sopravvissuto dopo essere stato trasferito allo Spallanzani di Roma. E poi c’è Alice, la figlia maggiore di diciannove anni, l’unica del nucleo a non aver accusato alcun malore semplicemente perché non era presente al pasto fatale consumato nella casa di famiglia. Il fatto che padre e figlia, gli unici superstiti della famiglia ristretta, vivano ora in una casa diversa da quella sotto sequestro – dove gli investigatori della Scientifica torneranno presto per cercare tracce residue del veleno tra stoviglie e superfici – alimenta il lavoro degli inquirenti, che devono ora stabilire se si tratti di una casualità o di un indizio. Le voci nel paese, un piccolo centro di poco più di mille abitanti, parlano di una famiglia insospettabile, ma la cronaca insegna che in casi di avvelenamento la cerchia dei sospettati si restringe quasi sempre a chi aveva accesso alla dispensa e alla tavola di casa.
L’inchiesta e il paradosso degli esami sul sangue del marito
Uno dei punti cruciali su cui si concentrano le indagini, coordinate dalla Squadra Mobile di Campobasso, riguarda le diverse sorti dei commensali. Se nel sangue delle due vittime la tossina è stata rintracciata con certezza, per Gianni Di Vita la situazione appare diversa. Gli inquirenti attendono ora con ansia le risultanze definitive degli esami sui suoi liquidi biologici, per capire se nel suo organismo non vi sia traccia del veleno o se, semplicemente, la dose assunta sia stata inferiore o il suo fisico più resistente abbia retto meglio all’attacco della sostanza. Un elemento che, se confermato, potrebbe spostare definitivamente il baricentro dei sospetti. Il procuratore di Larino, dal canto suo, procede con cautela in attesa delle relazioni definitive delle autopsie e dei rapporti dettagliati dal Centro antiveleni, consapevole che il rischio in questo tipo di vicende è duplice: da un lato l’emulazione, dall’altro la difficoltà di individuare un killer che ha scelto un’arma chimica difficile da rintracciare.
L’errore medico diventa un capitolo chiuso
Se la svolta rappresenta una nuova speranza di giustizia per le vittime, rappresenta anche una sostanziale inversione di rotta per quanto riguarda la posizione dei sanitari. Fino a ieri, cinque medici del pronto soccorso e della guardia medica erano indagati per omicidio colposo, con l’accusa di aver sottovalutato i sintomi rimandando a casa madre e figlia nei giorni precedenti la morte. Oggi, con la scoperta della ricina, i loro legali parlano di una svolta che cambia radicalmente la posizione dei loro assistiti. “Seguendo le linee guida per l’intossicazione alimentare – hanno spiegato gli avvocati Fabio Albino e Domenico Fiorda – il medico non può rendersi conto di trovarsi di fronte a questo tipo di avvelenamento”. La difesa punta dunque a una rapida archiviazione della parte del fascicolo che riguarda i camici bianchi, mentre la macchina investigativa si concentra esclusivamente su chi abbia potuto procurarsi e somministrare la sostanza, con un lavoro che ora si sposta anche sul web, in particolare sul dark web, per rintracciare eventuali acquisti di questa tossina nota al grande pubblico anche per essere apparsa in serie televisive come Breaking Bad.




