La crisi energetica e il nuovo corso nucleare: Von der Leyen guida la svolta mentre la guerra in Iran costa all’Europa 3 miliardi in dieci giorni
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Redazione Esteri
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L’escalation del conflitto in Medio Oriente, con l’offensiva contro l’Iran che è entrata nella sua seconda settimana, sta imponendo all’Unione Europea una brusca e drammatica verifica della propria vulnerabilità strutturale in materia di approvvigionamenti energetici. Mercoledì 11 marzo 2026, dinanzi alla plenaria del Parlamento Europeo, la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha delineato un quadro tanto lucido quanto allarmante, annunciando un cambio di passo strategico che segna una discontinuità netta rispetto alle politiche degli ultimi decenni. L’impennata dei prezzi, con il gas aumentato del 50% e il petrolio del 27% dall’inizio delle ostilità, si è già tradotta in un esborso aggiuntivo di 3 miliardi di euro per i contribuenti europei, una cifra che, nelle parole della stessa von der Leyen, rappresenta "il prezzo della nostra dipendenza" da fonti fossili importate da regioni instabili.
L’addio al fossile russo e la nuova dottrina energetica
La risposta di Bruxelles a questa ennesima crisi geopolitica, che segue a distanza di quattro anni lo shock provocato dall’invasione russa dell’Ucraina, non si limita a misure tampone per calmierare le bollette – dove il costo dell’energia incide in media per il 56% – ma punta a una rifondazione del mix produttivo europeo. Von der Leyen è stata categorica nel respingere qualsiasi tentazione di ritorno al gas russo, definendolo "un errore strategico" che accrescerebbe la dipendenza e la debolezza del continente. Al contrario, l’esecutivo comunitario intende accelerare su due fronti paralleli: le rinnovabili e, in misura ora preponderante, il nucleare. Una posizione, quest’ultima, sancita con forza durante il vertice di Parigi sull’energia atomica, dove la presidente ha bollato come un "errore strategico" la progressiva uscita dal nucleare civile intrapresa da paesi come la Germania, nazione della quale è stata ministra sotto Angela Merkel. Oggi, a fronte di una quota di elettricità europea generata dall’atomo crollata dal 30% del 1990 a circa il 15%, si punta a una "rinascita" del settore.
Duecento milioni per i mini-reattori e la frattura tra gli stati
Il cuore pulsante della nuova strategia, come annunciato dalla stessa von der Leyen e dettagliato in una comunicazione della Commissione, è lo stanziamento di 200 milioni di euro – provenienti dal sistema Ets – per sostenere gli investimenti privati nelle tecnologie nucleari innovative, con un focus particolare sui piccoli reattori modulari (Smr). L’obiettivo dichiarato è di avere queste nuove infrastrutture operative entro l’inizio del prossimo decennio, armonizzando le procedure di autorizzazione e creando una filiera europea di approvvigionamento. Si tratta di un'iniziativa che allinea Bruxelles alla storica posizione francese di Emmanuel Macron, per il quale l'atomo è garanzia di "indipendenza" e "sovranità energetica", ma che apre una nuova frattura politica all'interno dell'Unione. Se paesi come l’Italia, e potenzialmente la Grecia come annunciato dal premier Mitsotakis, guardano con interesse a questa svolta, altre capitali restano fermamente ancorate a posizioni opposte: la Spagna, con la vicepresidente Teresa Ribera, difende il proprio calendario di chiusura degli impianti, mentre Germania e Austria mantengono una linea critica, con i Verdi e le ong che denunciano i rischi e i costi di una tecnologia che considerano obsoleta e pericolosa.
Una sentenza di giustizia per gli Internati Militari Italiani
Sullo sfondo di queste turbolenze geopolitiche ed energetiche, che ridefiniscono gli equilibri del continente, trova spazio una vicenda di cronaca giudiziaria che riporta alla luce ferite profonde della storia europea. Una recente pronuncia del Tribunale di Roma ha condannato la Repubblica Federale di Germania al risarcimento di 79.061,75 euro in favore dell’erede di un Internato Militare Italiano (IMI), un giovane residente in Alto Adige che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò. Per questo atto di coraggio, che lo rese "traditore" agli occhi del regime nazista, fu deportato e sottoposto a lavori forzati in condizioni disumane in un lager tedesco dal settembre 1943 al maggio 1945.
La sentenza, che accoglie le tesi dell’avvocato Gianlorenzo Pedron, assume un valore emblematico e va oltre il mero indennizzo economico. Il Tribunale ha infatti ribadito principi giuridici di rilevanza fondamentale, come la giurisdizione del giudice italiano in virtù della sentenza della Corte Costituzionale numero 238 del 2014, l’imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità e, non ultimo, la qualificazione della deportazione e del lavoro forzato come crimini di guerra. I giudici hanno riconosciuto come fatto notorio la disumanità delle condizioni nei lager, superando le eccezioni formali spesso sollevate dall’Avvocatura dello Stato – la quale, paradossalmente, pur in presenza di un Fondo governativo per le vittime, continua a costituirsi opponendosi a queste richieste. Questa decisione fa giustizia, almeno in parte, su uno dei capitoli più dolorosi e a lungo rimossi della Resistenza italiana, restituendo dignità a quei militari che sopportarono soprusi indicibili per non tradire il giuramento prestato.




