Ryanair congela le tariffe nonostante la crisi, ma il resto del settore prepara rincari

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation del conflitto in Iran e la conseguente instabilità nello Stretto di Hormuz, una delle vie d’acqua cruciali per il trasporto del greggio, stanno esercitando una pressione inedita sui costi operativi delle compagnie aeree. Mentre il prezzo del carburante, voce che incide per una percentuale che oscilla tra il 25 e il 40 per cento nei bilanci dei vettori, registra impennate vertiginose, la reazione del mercato non è affatto univoca. Da un lato, vettori di bandiera come Air France-Klm, Sas e Finnair hanno già messo in conto, e in alcuni casi annunciato, adeguamenti delle tariffe per far fronte al caro-petrolio, con inevitabili ripercussioni sui costi dei biglietti, che alcuni analisti prevedono in aumento anche in Europa; dall’altro, Ryanair, la principale compagnia low-cost del continente, adotta una strategia diametralmente opposta, almeno per il momento.

L’amministratore delegato di Ryanair, Eddie Wilson, ha escluso un imminente ritocco dei prezzi, una posizione che potrebbe apparire controcorrente se non si analizzassero le politiche di gestione finanziaria del gruppo. La chiave di volta risiede nelle cosiddette “coperture” sul carburante, strumenti derivati che consentono di acquistare il jet fuel a un prezzo prefissato, indipendentemente dalle fluttuazioni del mercato spot. Wilson ha confermato di aver bloccato il costo del carburante per i prossimi dodici mesi, una mossa che, di fatto, isolala compagnia dalle turbolenze attuali dello Stretto di Hormuz e dall’aumento del costo della vita legato all’energia. Durante la presentazione dei risultati del terzo trimestre, il management aveva già dettagliato l’entità di questa operazione: per l’anno fiscale 2027, Ryanair ha assicurato l’80% del fabbisogno di carburante a 67 dollari al barile, una cifra significativamente inferiore ai picchi toccati nelle ultime settimane, che ha permesso all’azienda di prevedere un risparmio del 10% sui costi energetici.

Una strategia difensiva che divide il mercato

La capacità di resistere alla tempesta senza ritoccare le tariffe non è però universalmente condivisa. La chiusura o la limitazione di alcuni spazi aerei, conseguenza diretta delle ostilità e della necessità di riprogrammare rotte per evitare le aree a rischio, sta moltiplicando i costi operativi. Nel pomeriggio del 28 febbraio, quando è apparsa chiara la necessità di chiudere gli spazi aerei in seguito all’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, vettori come Emirates, Qatar Airways ed Etihad si sono trovati a gestire non solo decine di migliaia di passeggeri in volo, ma anche una mole incredibile di tratte da riprogrammare, voli da cancellare e da dirottare verso aeroporti ancora operativi. Questi eventi, sommati all’aumento dei prezzi del carburante, stanno spingendo altre aziende a intervenire sui listini. L’amministratore delegato di Lufthansa, Carsten Spohr, è stato esplicito nell’ammettere che con un margine medio di profitto di circa dieci euro a passeggero, diventa insostenibile assorbire ulteriori esborsi, lasciando presagire che i rincari per i viaggiatori siano ormai dietro l’angolo.

L’effetto Hormuz e la riprogrammazione dei voli

Le difficoltà non si limitano alla sola variabile prezzo. La crisi in Iran sta ridefinendo la geografia dei voli. La chiusura dello Stretto di Hormuz e le tensioni nell’area del Golfo Persico costringono le compagnie a deviazioni più lunghe e onerose, con un impatto diretto sui consumi di carburante e sui tempi di percorrenza. Alcuni voli a lungo raggio, in particolare quelli diretti in Asia e in Medio Oriente, rischiano di subire ritardi o cancellazioni a causa delle nuove rotte obbligate e delle carenze di carburante che potrebbero manifestarsi in alcuni scali a partire dal mese di aprile. Mentre Lufthansa ha aggiunto una quarantina di voli extra per l’Asia, riducendo al contempo la capacità in Medio Oriente, altre compagnie, come Air New Zealand, hanno addirittura sospeso le previsioni finanziarie per l’intero 2026, citando l’incertezza legata all’evoluzione del quadro geopolitico e ai suoi effetti sul mercato energetico.

L’eccezione low-cost e le prospettive per l’estate

La linea difensiva adottata da Ryanair, basata su un’accorta politica di acquisti a termine, si inserisce in un quadro finanziario più ampio che il gruppo ha recentemente illustrato agli investitori. La flotta, composta da oltre seicentoventi Boeing 737 completamente scarichi da vincoli finanziari, e la previsione di diventare sostanzialmente priva di debiti entro maggio, grazie al rimborso di un bond da 1,2 miliardi di euro, conferiscono alla compagnia una solidità patrimoniale che pochi concorrenti possono vantare. È in questa forbice che si gioca la partita delle tariffe per l’estate: da un lato, i vettori più esposti al prezzo corrente del barile saranno costretti a ritoccare al rialzo i listini; dall’altro, chi come Ryanair ha scommesso con largo anticipo su un prezzo del carburante bloccato a livelli competitivi, può permettersi di mantenere invariati i costi dei biglietti, cercando anzi di incrementare il numero di passeggeri e di consolidare la propria presenza in nuovi scali, come dimostrano l’apertura di basi a Trapani, Tirana e Rabat.

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