I voli cancellati sono 43mila, il prezzo del carburante vola e le tariffe aeree schizzano verso l’alto
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Redazione Economia
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Lo spazio aereo del Medio Oriente, crocevia fondamentale per i collegamenti tra Oriente e Occidente, è di fatto off-limits e la guerra, quella scatenata dagli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele all’Iran, ha innescato un effetto domino senza precedenti sul trasporto aereo globale. Dall’inizio delle ostilità, lo scorso 28 febbraio, sono oltre 43mila i voli cancellati, una paralisi che non si vedeva dai tempi del Covid, con circa 7,5 milioni di passeggeri rimasti a terra e danni immediati, stimati in almeno 1,6 miliardi di dollari, solo per i biglietti già emessi e poi rimborsati. Ma il blocco delle rotte, con i vettori costretti a lunghi e costosi aggiramenti, è solo uno dei fronti di una crisi che sta riscrivendo le regole del mercato: l’altra faccia della medaglia, altrettanto pesante, è l’impennata del costo del carburante, il jet fuel, il cui prezzo spot è più che raddoppiato in poche ore.
Il carburante alle stelle e la stangata sui biglietti
Se il costo del petrolio greggio ha subito un’accelerata, è sul carburante per aerei che l’impatto è stato letteralmente devastante: da una quotazione che si aggirava tra gli 85 e i 90 dollari al barile prima dell’escalation, si è passati a picchi compresi tra i 150 e i 200 dollari, con l’indice Platts che lunedì ha toccato quota 173,91 dollari. Una stangata, questa, che ha messo immediatamente in difficoltà i bilanci delle compagnie aeree, per le quali il carburante incide normalmente per una percentuale che va dal 20 al 40 per cento dei costi operativi. Di fronte a questa mazzata, molti vettori non hanno avuto altra scelta che intervenire sulle tariffe, introducendo o aumentando le cosiddette fuel surcharge, le addizionali carburante che vengono scaricate direttamente sul prezzo finale del biglietto.
La reazione a catena ha coinvolto compagnie di tutto il mondo. Air New Zealand, che ha sospeso le sue previsioni finanziarie per l’anno in corso a causa dell’incertezza, è stata tra le prime a comunicare rincari generalizzati su tutte le rotte, da quelle nazionali ai lunghi traghetti. In Australia, Qantas ha ammesso di aver aumentato le tariffe, con una media del 5 per cento in più sui voli internazionali, una misura resa inevitabile dall’incremento dei costi, nonostante le parziali coperture assicurative. Il gruppo Air India ha annunciato l’introduzione progressiva di sovrapprezzi che, a seconda delle destinazioni, arrivano a toccare i 200 dollari a tratta per il Nord America, mentre Hong Kong Airlines ha incrementato le sue addizionali fino al 35 per cento. E se la scandinava Sas parla di un "aggiustamento temporaneo dei prezzi", Thai Airways non esclude incrementi futuri nell’ordine del 10-15 per cento, qualora la situazione dovesse persistere.
Le rotte alternative e la risposta dei viaggiatori
La chiusura degli spazi aerei di Iran, Iraq, Israele e dei paesi del Golfo ha costretto i vettori a rivoluzionare le proprie reti, con conseguenze paradossali. La rotta che collegava l’Europa all’Asia, passando per il Golfo Persico, è diventata impercorribile, e ciò ha paradossalmente avvantaggiato quei vettori, come alcune compagnie nordamericane, che offrono tragitti alternativi attraverso gli Stati Uniti. United Airlines, per esempio, ha visto balzare a oltre mille al giorno il numero di passeggieri in viaggio tra Australia, Nuova Zelanda e il Vecchio Continente, un flusso che normalmente transitava per gli hub di Dubai o Doha. Dall’altra parte, mentre alcune low-cost come Ryanair registrano un aumento della domanda sui voli a corto raggio, con molti europei che per Pasqua sembrano orientati a restare sul continente, le agenzie di viaggio raccontano di una clientela che, seppur costretta a cambiare programma, non rinuncia del tutto alla vacanza. Chi aveva prenotato per il Medio Oriente, spiegano gli operatori, si sta semplicemente spostando su altre mete, magari europee, nella speranza che i prezzi delle strutture ricettive non seguano la stessa china di quelli dei biglietti aerei.
Gli scudi delle compagnie e le crepe nel sistema
Non tutti i vettori, però, stanno subendo il contraccolpo allo stesso modo. I grandi gruppi europei come Lufthansa, Air France-Klm e la stessa Ryanair, così come alcuni asiatici, possono contare su estese politiche di copertura del rischio (hedging) che permettono loro di acquistare il carburante a un prezzo fisso e calmierato con mesi di anticipo. Finnair, ad esempio, ha coperto oltre l’80 per cento del suo fabbisogno per il primo trimestre. Una protezione, questa, che consente a compagnie come Brussels Airlines, controllata proprio da Lufthansa, di escludere per il momento rincari immediati, pur ammettendo che la parte non coperta potrebbe tradursi in aumenti dei costi del 20-30 per cento. Il vero allarme, tuttavia, riguarda la possibilità che una crisi prolungata metta in discussione non solo il prezzo, ma la stessa disponibilità fisica del carburante, con lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20 per cento della produzione mondiale di petrolio, diventato di fatto impraticabile e con le raffinerie del Kuwait, importanti fornitori per l’Europa, che hanno subito interruzioni. Uno scenario che, se dovesse concretizzarsi, renderebbe vana qualsiasi copertura assicurativa e getterebbe il settore in una crisi ancor più profonda.




