La Cassazione blocca i trattenimenti nei Cpr, governo sotto attacco
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Redazione Interno
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La Prima sezione penale della Corte di Cassazione, con un'ordinanza che sta sollevando un acceso dibattito giuridico e politico, ha nuovamente messo in discussione una parte significativa dell’architettura normativa voluta dall’esecutivo per il contrasto all’immigrazione irregolare. Il fulcro della pronuncia, che si inserisce in un solco già tracciato da precedenti interventi della magistratura suprema, riguarda le modalità di trattenimento dei richiedenti asilo all’interno dei Centri di permanenza per il rimpatrio.
Nello specifico, i giudici hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale di una disposizione contenuta nel decreto legge del 28 marzo 2025, la quale autorizzava i questori a trattenere un migrante per un periodo massimo di 48 ore – anche in assenza della formale convalida del provvedimento di trattenimento da parte di un giudice – nell’attesa di un nuovo atto amministrativo. Secondo i supremi giudici, tale meccanismo, sebbene apparentemente di breve durata, configura una palese violazione dei principi sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, imponendo di conseguenza la liberazione immediata dell’individuo qualora il trattenimento non sia stato confermato.
La reazione del mondo politico non si è fatta attendere, mostrando un netto scisma tra le parti. Da un lato, le forze di opposizione di sinistra hanno accolto la decisione con soddisfazione, interpretandola come una vittoria dello Stato di diritto e una tutela delle garanzie individuali, spesso sacrificate, a loro dire, sull’altare di una gestione emergenziale dei flussi migratori. Dall’altro, la maggioranza ha tuonato contro quella che definisce senza mezzi termini un’ingerenza di stampo ideologico.




