Limes, la rivista nel mirino: il generale Camporini lascia e accusa «filoputiniani sfegatati»
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Redazione Esteri
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Una scossa, che ha i contorni di una scissione intellettuale, sta attraversando la redazione di Limes, la rivista di geopolitica da tempo punto di riferimento per il dibattito strategico nazionale. L’ultimo, e forse più sonoro, addio è quello del generale in pensione Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa, che ha deciso di recedere dal Consiglio scientifico della pubblicazione. La motivazione, esposta dallo stesso ufficiale al Corriere della Sera, non ammette sfumature: «Non potevo restare un minuto di più accanto a tutti quei filoputiniani sfegatati». Una dichiarazione che, come un sasso gettato in uno stagno, ha fatto emergere un malessere più profondo e allargato, segnalato con tempismo dalle agenzie di stampa. Camporini, infatti, non è isolato nel suo gesto, ma si unisce ad altri tre componenti del medesimo organo consultivo, in quella che ormai appare come una fuga in massa di alcune voci storiche della rivista.
La risposta del direttore e il clima di "guerra"
Il direttore Lucio Caracciolo, fondatore e anima della testata, ha reagito prontamente alle dimissioni, definendo «gentilissimo» il generale e accogliendo la sua richiesta, ma respingendo con forza le accuse di filo-russismo. Caracciolo ha parlato, nelle sue dichiarazioni, di un «clima di guerra» che avvelena il dibattito, alludendo a quella che viene percepita come un’atmosfera da caccia alle streghe per chiunque si discosti da una narrazione rigidamente allineata alle posizioni occidentali sul conflitto in Ucraina. Secondo la sua visione, la rivista avrebbe il dovere di riportare la complessità della realtà geopolitica, senza cadere nella trappola di ripetere, come un pappagallo, quella che viene etichettata come «propaganda bellicista». Una posizione, la sua, che sembra però non essere più condivisa da alcuni dei suoi più illustri collaboratori, i quali lamentano una deriva eccessivamente comprensiva verso Mosca.
La critica alla linea editoriale e il comitato mai riunito
Oltre alla questione di merito sulla linea editoriale, Camporini ha sollevato anche un aspetto procedurale piuttosto significativo, rivelando che il Consiglio scientifico, organo dal quale si è dimesso, «in tutti questi anni non si è mai riunito». Questo dettaglio getta un’ombra sulla reale funzione di quell’organismo e, indirettamente, sul peso che le voci dissenzienti potevano avere all’interno della struttura decisionale della rivista. La critica principale, tuttavia, rimane quella sostanziale: una parte degli studiosi che hanno contribuito a costruire il prestigio di Limes ritiene che la pubblicazione si sia ormai «schiacciata sulle posizioni di Mosca», perdendo quell’equidistanza analitica che ne aveva caratterizzato la stagione più autorevole. Uno di loro, il prof. Argentieri, ha addirittura evocato l’immagine di «una nube tossica sull’Ucraina» per descrivere l’orientamento assunto.
Le implicazioni di una frattura nel dibattito geopolitico
La vicenda, al di là delle polemiche personali, disegna una frattura che va ben oltre le mura della redazione di Limes, riflettendo una lacerazione più ampia nel mondo della cultura politica e strategica italiana, specialmente in quegli ambienti tradizionalmente sensibili ai temi internazionali. L’accusa di essere «filoputiniani», lanciata da Camporini, e il contro-accusa di alimentare un clima da guerra civile culturale, mossa da Caracciolo, segnalano la difficoltà di mantenere uno spazio di analisi critica in un contesto globale polarizzato, dove la pressione a schierarsi è fortissima. La perdita di figure di tale spessore rappresenta, senza dubbio, un vulnus per la rivista, chiamata ora a dimostrare come la sua linea, definita da alcuni come «realista» e da altri come «compiacente», possa reggere alla prova dei fatti e mantenere credibilità di fronte a un pubblico sempre più diviso.




