Limes e la guerra in Ucraina: la rivista di geopolitica nel mirino per le sue analisi
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Redazione Esteri
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La tempesta che si è abbattuta sulla rivista di geopolitica Limes, scuotendone il prestigioso consiglio scientifico, trae origine dalla posizione editoriale assunta rispetto al conflitto in Ucraina, considerata da alcuni troppo indulgente verso le ragioni di Mosca. Negli ultimi tempi, come un fiume in piena che abbandona il suo alveo, hanno lasciato l’organismo consultivo figure di primo piano, accomunate dalla percezione di uno squilibrio nell’analisi. Tra coloro che se ne sono andati, dopo aver espresso le proprie ragioni con toni a volte aspri, vi sono personalità di spicco come un ex capo di stato maggiore della Difesa e un professore di scienze politiche, i quali hanno sottolineato come l’impostazione della pubblicazione diretta da Lucio Caracciolo sia divenuta eccessivamente “filoputiniana”. Una critica che, se da un lato colpisce al cuore la reputazione di un magazine che ha fatto della complessità il suo stendardo, dall’altro solleva interrogativi sul confine, sempre labile, tra approfondimento e percezione di parzialità.
Le mappe come strumento di narrazione controversa
La difesa del direttore e il principio della complessità
Di fronte alle accuse, la risposta di Lucio Caracciolo è stata netta e ha ruotato attorno al principio cardine del lavoro della sua rivista: la necessità di comprendere, anche in tempo di guerra, il punto di vista di tutte le parti in campo, senza per questo diventare militanti di una causa. “La guerra non può essere un alibi per rinunciare a comprendere”, ha affermato il direttore, richiamandosi a una tradizione di pensiero che rifiuta i manicheismi e che, pur nella consapevolezza che la verità sia la prima vittima dei conflitti, non abdica al dovere della profondità d’analisi. Una posizione che, se da una parte appare come una difesa del rigore intellettuale, dall’altra viene interpretata dai critici come una forma di equidistanza problematica di fronte a un’aggressione che ha violato il diritto internazionale. Nel consiglio scientifico, d’altronde, restano personalità di orientamento atlantista, a dimostrazione che il dibattito interno, prima delle defezioni, era vivo e articolato.
Le reazioni politiche e il futuro di un dibattito
La polemica ha valicato i confini del mondo accademico e giornalistico, raggiungendo la sfera politica. Un esponente del Movimento 5 Stelle, ad esempio, ha espresso pubblicamente la propria preoccupazione, sostenendo che si rischi di “trasformare l’analisi in tifo da stadio”, in una semplificazione sterile che non aiuta a decifrare la realtà. Quel che emerge, al di là delle singole posizioni, è uno scontro tra due diverse filosofie della geopolitica: una che, di fronte a eventi traumatici come un’invasione, ritiene necessario prendere una netta posizione di campo sul piano dei valori; un’altra che persiste nel credere che la comprensione, persino delle ragioni dell’avversario, sia un esercizio necessario, per quanto scomodo. Uno scontro che lascia la rivista a un bivio, costretta a ridefinire il suo ruolo in un panorama mediatico sempre più polarizzato, dove lo spazio per le sfumature si fa angusto.




