Merz affonda lo Scaf: Berlino guarda al Gcap con Italia e Regno Unito

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La già precaria architettura del Future Combat Air System, il programma per un caccia di sesta generazione voluto da Parigi e Berlino e allargato successivamente a Madrid, ha ricevuto quello che agli occhi di molti osservatori appare come il colpo di grazia. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, intervenendo nel podcast politico Machtwechsel, ha sostanzialmente sancito l’incompatibilità di vedute tra i due paesi motori del progetto, sollevando un nodo tecnico-politico divenuto nel tempo insormontabile. La Francia, ha spiegato Merz con parole che suonano come una pietra tombale, ha necessità strategiche che non coincidono con quelle tedesche: Parigi cerca un velivolo con capacità nucleare e compatibile con le operazioni imbarcate su portaerei, un requisito che per la Bundeswehr, così come è strutturata oggi, risulta del tutto accessorio. Una divergenza, questa, che non rappresenta una scoperta recente, ma che vede ora il numero uno del governo tedesco esplicitarla senza più mezzi termini, di fatto certificando l’impraticabilità della strada comune.

Alle spalle di questa presa di posizione, che rischia di far naufragare un investimento da centinaia di miliardi di euro e quasi un decennio di trattative, si staglia una conflittualità industriale mai sopita. La partita, infatti, non si gioca solo sui piani alti della politica, ma anche e soprattutto negli uffici di progettazione di Dassault Aviation e Airbus. La prima, forte di una tradizione che l’ha resa fornitore esclusivo dell’aviazione francese per decenni, non ha mai accettato di buon grado una leadership condivisa sulla componente più nobile del programma, quella del velivolo con pilota. L’ad Éric Trappier, del resto, non ha mai fatto mistero della posizione della sua azienda, rivendicando una sovranità tecnologica che, a suo dire, non necessita di compromessi; dall’altro lato, Airbus Defence and Space, che pure guida il fronte tedesco e spagnolo, ha visto nei tentativi di Dassault di riscrivere le regole del consorzio una inaccettabile subalternità. Una situazione di stallo, fatta di veti incrociati e rivendicazioni di ruoli primari, che ha impedito al progetto di decollare trasformandolo in un campo di battaglia tra interessi nazionali contrapposti -3.

È in questo quadro di difficoltà che prende e sostanza l’alternativa rappresentata dal Global Combat Air Programme, il programma guidato da Italia, Regno Unito e Giappone, cui Berlino osserva con interesse crescente. Non si tratta più, a quanto risulta, di una semplice opzione teorica o di una voce di corridoio: il cancelliere Merz avrebbe già sondato il terreno con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel corso di un incontro bilaterale a Roma, per verificare la disponibilità italiana ad accogliere un ingresso tedesco nel consorzio. Una disponibilità che, secondo quanto filtrato da fonti governative italiane e riportato dalla stampa specializzata, non avrebbe incontrato opposizioni di principio, anzi -5. L’ipotesi, complessa da gestire sul piano industriale e diplomatico, comporterebbe una ristrutturazione profonda di equilibri già faticosamente raggiunti tra i tre soci fondatori, ma offrirebbe alla Germania una via d’uscita da un vicolo cieco che si trascina ormai da troppo tempo.

Il nodo dei costi e il riarmo silenzioso

Mentre il fronte franco-tedesco si sgretola, il Gcap procede spedito sul binario degli stanziamenti finanziari, a testimonianza di una volontà politica che non sembra conoscere le titubanze d’oltralpe. Proprio nei giorni in cui Merz affondava lo Scaf, la Commissione Difesa della Camera italiana dava il via libera a una tranche da 8,7 miliardi di euro per la prosecuzione del programma, un impegno economico che porta il costo complessivo della sola fase di sviluppo a cifre da capogiro, nell’ordine dei 18 miliardi, triplicando le stime iniziali e superando persino l’investimento sostenuto per l’F-35 -2 -4. Un esborso, questo, che il governo italiano giustifica con la natura strategica del programma, destinato a rinnovare la flotta di Eurofighter e a mantenere competitiva la filiera nazionale della difesa, coinvolgendo colossi come Leonardo, MBDA Italia, Elettronica e Avio Aero, insieme a un indotto diffuso di piccole e medie imprese. La partita, insomma, è economica prima ancora che militare, e l’ingresso di Berlino, con le sue risorse e la sua capacità industriale, rappresenterebbe un rafforzamento non indifferente per il consorzio, sebbene la spartizione delle future commesse e dei ruoli di guida tecnologica prometta di essere un nodo delicato da sciogliere.

Oltre il caccia: una questione di sovranità

La débâcle dello Scaf e l’avanzata del Gcap non rappresentano soltanto un avvicendamento tecnico tra diversi progetti aeronautici. Esse fotografano uno scenario geopolitico in rapido mutamento, in cui la Germania di Merz cerca nuove ancore di stabilità e partnership industriali che vadano al di là del tradizionale motore franco-tedesco. L’asse con Roma, in questo senso, si fa sempre più solido, come dimostrano anche le joint venture avviate tra Leonardo e Rheinmetall nel settore dei blindati, con commesse miliardarie per i veicoli Lynx e Panther destinate all’esercito italiano -5. Un riposizionamento, quello di Berlino, che avviene mentre la guerra in Ucraina ha ridefinito le priorità della difesa europea e mentre il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca impone agli alleati continentali una riflessione sulla loro autonomia strategica. E se Parigi continua a brandire la minaccia di riconsiderare la cooperazione anche sul carro armato del futuro, il Main Ground Combat System, nel caso in cui la Germania dovesse abbandonare definitivamente il caccia, è evidente che la posta in gioco è assai più alta della semplice realizzazione di un aereo. Si tratta, piuttosto, di ridefinire gli equilibri di potere industriali e militari nel cuore dell’Europa.

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