La Germania chiude la porta a Trump, Merz non volerà a Washington per il Board of Peace

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La decisione, in realtà, era già stata presa da tempo a Berlino, al di là del chiacchiericcio diplomatico e delle sollecitazioni che arrivavano da Roma. È filtrare da una fonte governativa tedesca, in risposta alle domande dei cronisti italiani dell’ANSA, la conferma che Friedrich Merz non parteciperà, e non solo, non sarà presente all’incontro del Board of Peace in programma per il 19 febbraio nella capitale statunitense, neppure con quel ruolo ibrido di “osservatore” che per giorni era circolato come possibile compromesso. La precisazione arrivata dagli ambienti della cancelleria è secca: il cancelliere ha continui contatti con Giorgia Meloni, certo, ma questa fitta rete di consultazioni non altera i termini della questione; indipendentemente dagli incroci di vedute con la presidente del Consiglio italiana, è chiaro che Merz non metterà piede a Washington, né come partecipante a tutti gli effetti, né tantomeno come semplice spettatore.

Il nodo costituzionale e la distanza da un’iniziativa controversa

Alla base della rinuncia, che per molti osservatori appariva scontata già dopo le prime avvisaglie di gennaio, vi sarebbero motivazioni legate all’impalcatura stessa dell’organismo voluto da Donald Trump. Il governo tedesco, infatti, aveva già fatto sapere tramite i suoi canali ufficiali di non poter accettare quelle che sono state definite “strutture di leadership inaccettabili” per i principi sanciti dalla Legge Fondamentale tedesca. Un concetto, questo, che il cancelliere aveva peraltro già avuto modo di esprimere pubblicamente, in passato, sottolineando come la disponibilità personale a collaborare a progetti di pace dovesse scontrarsi con l’impossibilità di aderire a un consesso percepito come non paritario e fortemente incentrato sulla figura preminente del presidente americano. La posizione di Berlino, in tal senso, appare ancor più netta se si considera il contesto più ampio: solo poche ore prima, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Merz aveva lanciato un appello all’Europa perché impari a difendersi da sola, prendendo atto del fatto che l’ordine mondiale uscito dal 1945 è ormai definitivamente tramontato con la nuova presidenza Trump.

Il dilemma di Meloni e il pressing su Tajani

Se per la Germania la strada sembra spianata e priva di tentennamenti, ben più tortuoso appare il percorso di avvicinamento della premier italiana all’appuntamento. Giorgia Meloni, che da tempo si muove su un crinale instabile per mantenere un rapporto privilegiato con la Casa Bianca senza però isolarsi completamente dal fronte europeo, starebbe ancora ponderando ogni singolo passo. Fonti vicine a Palazzo Chigi riferiscono di ore trascorse davanti a un bivio: da un lato, la tentazione di volare a Washington per presenziare all’iniziativa, unica tra i grandi leader dell’Unione europea a fare da apripista; dall’altro, la consapevolezza dei rischi politici e istituzionali di una scelta così esposta. Al momento, la presidente del Consiglio non ha dato conferme ufficiali sulla missione americana, anzi, avrebbe già allertato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, chiedendogli di tenersi pronto per rappresentare l’Italia al summit nel caso in cui dovesse prevalere la linea della prudenza. Una variabile che, nelle ultime ore, sembra aver acquisito peso specifico è proprio il dietrofront di Merz: restare l’unico grande peso massimo europeo al tavolo con Trump, soprattutto dopo le dichiarazioni di Monaco che hanno messo in discussione la tenuta dell’asse atlantico, potrebbe rivelarsi un azzardo.

L’ombra del Board e le crepe nell’asse Roma-Berlino

Il Board of Peace, voluto da Trump per gestire la ricostruzione di Gaza e, nelle intenzioni del tycoon, destinato a diventare un organismo ben più influente delle Nazioni Unite, continua dunque a dividere. L’Italia, che per la sua Costituzione si trova nella stessa identica condizione della Germania nell’impossibilità di aderire a enti non paritari, aveva inizialmente accolto con favore l’invito, cercando una mediazione nel ruolo di osservatore. Ma il no secco di Berlino rischia ora di isolare ulteriormente Meloni, costringendola a scelte nette in un quadro internazionale che si fa di ora in ora più complesso. I contatti continui tra i due leader, evocati dalla fonte tedesca, testimoniano un tentativo di coordinamento, ma le traiettorie, almeno in questa fase, sembrano destinate a divergere. E mentre Merz parla di rifondare l’Alleanza Atlantica di fronte a una cultura politica come quella Maga che, ha detto, “non è la nostra”, Meloni è chiamata a districarsi tra le sollecitazioni degli alleati europei e il richiamo di un rapporto personale con Trump che fin qui ha rappresentato una delle carte più preziose della sua politica estera.

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