La Germania e quei caccia francesi troppo diversi: Merz mette in dubbio il futuro dell’Fcas

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz, rilasciate al podcast “Machtwechsel”, hanno gettato una luce cruda e impietosa sulle crepe profonde che attraversano il programma Fcas (Future Combat Air System), il progetto di aereo da combattimento di sesta generazione sviluppato con Francia e Spagna. L’intervento di Merz non è stato un semplice aggiustamento di rotta, bensì l’esplicitazione di un problema di fondo, sin qui rimasto in gran parte celato dietro le quinte dei negoziati tecnici e delle rivalità industriali tra Dassault Aviation e Airbus. Il cancelliere, con la consueta schiettezza, ha fotografato la situazione: i francesi, ha spiegato, necessitano di un velivolo capace di trasportare armi nucleari e di operare da una portaerei, requisiti che per le forze armate tedesche, almeno allo stato attuale, non solo non sono prioritari, ma rappresentano persino un vincolo progettuale non richiesto -2-4.

A rendere la situazione ancora più complessa, e a trasformare una divergenza tecnica in un potenziale terremoto geopolitico, è la riflessione che lo stesso Merz ha voluto condividere pubblicamente, chiedendosi se tra vent’anni avremo ancora bisogno di un caccia con un pilota umano a bordo -4. Un interrogativo, questo, che colpisce il cuore stesso del programma Fcas, nato per sviluppare una piattaforma abitata che funga da perno di un “sistema di sistemi” composto da droni e sensoristica avanzata. La questione, dunque, non è più soltanto se Berlino e Parigi riusciranno a mettere da parte le rispettive pretese industriali, ma se la Germania creda ancora nell’architettura complessiva del progetto. Nel caso in cui le attuali difficoltà non dovessero trovare una composizione, Merz ha lasciato intendere che esistono “altri Paesi in Europa” pronti a collaborare con Berlino, un’ipotesi che, se concretizzata, porterebbe la Germania dritta tra le braccia del progetto concorrente Gcap (Global Combat Air Programme), che vede già insieme Italia, Regno Unito e Giappone -2-8.

Il nodo dei requisiti operativi, una frattura profonda tra Parigi e Berlino

La sostanza del contendere, al netto delle schermaglie diplomatiche e degli equilibri di potere tra i colossi dell’aerospazio, risiede nella differente dottrina militare e nelle diverse esigenze strategiche dei due Paesi. La Francia, potenza nucleare e unica nazione europea a disporre di una portaerei a propulsione nucleare, la Charles de Gaulle, ha bisogno di un caccia imbarcato e certificato per il trasporto dell’arsenale atomico. La Germania, invece, si trova in una posizione geografica e strategica completamente diversa: le sue esigenze, come emerge anche dalle analisi condotte da esperti del settore, sono quelle di un velivolo con ampia autonomia e raggio d’azione, capace di operare da basi terrestri e di coprire le lunghe distanze che separano il cuore dell’Europa dal fianco orientale della Nato, senza dover fare necessariamente affidamento su costose e complesse operazioni di rifornimento in volo -7. La possibilità, ventilata da più parti, di sviluppare non un unico aereo ma due piattaforme diverse all’interno dello stesso programma, pur mantenendo in comune il “combat cloud” e i droni, viene considerata una soluzione potenzialmente percorribile per salvare la cooperazione, ma si scontra con la volontà francese, più volte ribadita, di mantenere la leadership tecnologica e industriale su un progetto unitario -7-10.

La replica francese e la ricerca di una mediazione

Dall’Eliseo è arrivata una nota in cui si ribadisce l’impegno per il successo del programma, sottolineando come le esigenze militari dei tre paesi partecipanti non siano cambiate e come, fin dall’inizio, la deterrenza nucleare francese fosse un pilastro del progetto. “Sarebbe incomprensibile”, si legge nella nota, “se le divergenze industriali non potessero essere superate, soprattutto perché dobbiamo dimostrare collettivamente unità e risultati” -4. Il tono della replica parigina, pur misurato, non nasconde una certa insofferenza per le ripetute incertezze tedesche, che arrivano dopo mesi di stallo e di dispute sulla governance industriale tra Dassault e Airbus. A smussare gli angoli ci ha pensato, come di consueto, il portavoce del governo tedesco, Stefan Kornelius, che ha confermato l’esistenza di un negoziato in corso e ha escluso che Berlino stia lavorando a piani per la dissoluzione del partenariato, aggiungendo che “non si fanno speculazioni su scenari alternativi” -1-4. Una cautela, quest’ultima, che stride con le parole dello stesso Merz, il quale ha invece apertamente evocato la possibilità di trovare altri partner in Europa qualora l’intesa con Parigi dovesse saltare -5.

Il peso della deterrenza nucleare e l’ombrello francese sull’Europa

A rendere la partita ancora più delicata, e a impedire probabilmente una rottura netta e immediata, è il contesto più ampio della sicurezza europea. La Germania, come ha ribadito lo stesso Merz, non intende dotarsi di un proprio arsenale atomico, né potrebbe farlo in virtù del Trattato due più quattro e del Trattato di non proliferazione -9. Tuttavia, il cancelliere ha confermato di essere in colloqui riservati con il presidente Emmanuel Macron per discutere di un possibile ombrello nucleare paneuropeo, che potrebbe vedere la Francia estendere la propria deterrenza ai partner dell’Unione -4-9. È evidente, quindi, che una crisi definitiva sul Fcas, proprio mentre si cerca di costruire una maggiore autonomia strategica europea in campo nucleare, rischierebbe di avvelenare irrimediabilmente il clima politico tra i due paesi. Si tratta, in sostanza, di un negoziato complesso e articolato su più livelli, dove le scelte industriali e militari si intrecciano indissolubilmente con le grandi questioni della sovranità e della difesa continentale, in un’Europa che osserva con apprensione l’evoluzione della politica estera americana guidata da Donald Trump.

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