Il governo proroga le missioni internazionali: via libera dal Cdm, ora l’esame del Parlamento
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Redazione Interno
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Il Consiglio dei ministri, riunito a Palazzo Chigi in una seduta lampo durata poco più di un quarto d’ora – iniziata in tardo pomeriggio dopo un vertice preventivo tra la presidente Giorgia Meloni e i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani – ha deliberato la prosecuzione delle missioni internazionali in corso e l’avvio di nuove operazioni per il 2026. Il provvedimento, che tocca un fronte delicato come quello della politica estera e della difesa, è stato approvato previa comunicazione al presidente della Repubblica, seguendo l’iter previsto dalla legge 21 luglio 2016, n. 145, che disciplina la partecipazione italiana a questi impegni sul campo. L’esecutivo ha dato così seguito a un rito ormai consueto nella gestione delle crisi geopolitiche, rinnovando il mandato a circa dodicimila unità distribuite su vari teatri operativi.
Passando all’analisi dei dettagli, la delibera non si limita a una semplice estensione delle attività già in essere; essa rappresenta piuttosto un adeguamento strutturale a uno scenario internazionale reso più fluido dalle recenti tensioni. Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha spiegato a margine della riunione che il nuovo impianto normativo cerca di superare il concetto di aree geografiche rigidamente definite. Per dirla con le sue parole, l’obiettivo è dotarsi degli strumenti per muoversi di fronte a cambiamenti repentini, un concetto ribadito anche in riferimento alla situazione nello Stretto di Hormuz, dove si sono resi necessari interventi specifici non sempre coperti da autorizzazioni generiche. Il contingente, schierato in missioni come la Unifil in Libano, le operazioni navali Aspides e Atlanta nel Mar Rosso e la Kfor in Kosovo – solo per citare i teatri principali – rimarrà quindi operativo, anche se il dato numerico effettivo in loco potrebbe subire oscillazioni rispetto alla forza massima autorizzata.
Le procedure parlamentari e i vincoli di bilancio tra Tajani e Giorgetti
Adesso la palla passa al Parlamento, che dovrà esprimere l’autorizzazione definitiva, un passaggio mai scontato viste le frizioni storiche tra i partiti su questi dossier. Sebbene l’approvazione finale sia generalmente scontata nella sostanza, il dibattito che si aprirà a Montecitorio e Palazzo Madama promette di essere acceso: le opposizioni, seppur divise al proprio interno, preparano emendamenti e rilievi, cercando di ritagliarsi spazi di visibilità attraverso la critica alla presunta deriva interventista del governo. Parallelamente, sul fronte economico, la partita si intreccia con le divergenze emerse tra il Dicastero della Difesa e quello dell’Economia. Crosetto ha sollecitato più volte il ministro Giancarlo Giorgetti affinché l’Italia confermi l’accesso al fondo europeo "Safe" (Security Action for Europe), uno strumento di indebitamento comune da 150 miliardi di euro che consentirebbe di finanziare i piani di spesa con prestiti a tassi agevolati.
La tensione sul fondo europeo "Safe" e la strategia di adattamento rapido
Proprio su questo punto, la discussione interna rivela una certa tensione strategica. L’Italia avrebbe diritto a una fetta di circa 14,9 miliardi di euro, una cifra che Crosetto vorrebbe sbloccare entro la fine del mese per firmare i contratti e sostenere l’industria della difesa; il titolare del Tesoro, invece, frena, ricordando che non si tratta di risorse a fondo perduto ma di prestiti da restituire. La priorità per Giorgetti resta infatti la gestione delle crisi energetiche e il sostegno a famiglie e imprese, un approccio più cauto che riflette la necessità di rispettare i vincoli del Patto di stabilità. Nonostante le pressioni del ministro della Difesa – che ha ammesso di aver scritto due lettere al collega attendendo ancora una risposta – la linea del governo sembra orientata a procedere con gradualità, cercando al contempo di mantenere la flessibilità operativa richiesta dai comandanti sul campo.
Il rinnovo degli impegni in Libano, Mar Rosso e Kosovo
In attesa del via libera definitivo delle Camere, l’apparato militare italiano prosegue le sue routine operative. I riflettori restano accesi soprattutto sul quadrante marittimo, dove la minaccia degli Houthi ha reso indispensabile la protezione delle rotte commerciali, e sul fianco balcanico, dove la missione Kfor rappresenta un pilastro della stabilità Nato. La relazione analitica che accompagna la delibera, dettagliando lo stato delle operazioni tra il 2025 e le previsioni per il prossimo anno, certifica una presenza diffusa e articolata. Che si tratti di una semplice proroga tecnica o di un riposizionamento strategico dell’Italia, il giudizio è destinato a rimanere sospeso fino a quando il Parlamento non avrà limato le ultime asperità del testo, mentre nelle stanze del potere economico si continua a discutere su come pagare il conto di questi impegni.




