Il conto alla rovescia per il cherosene: “Fallimenti aerei imminenti”
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Redazione Economia
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La data del 9 aprile 2026, che molti addetti ai lavori hanno segnato in rosso sul calendario, rappresenta molto più di una semplice scadenza logistica: è il giorno in cui l’ultima nave carica di carburante, la petroliera Rong Lin Wan salpata dal Kuwait a fine febbraio, attraccherà in Europa consegnando l’ultimo rifornimento prima del blocco totale dello Stretto di Hormuz. Una volta esauritosi quel flusso, interrotto dalle tensioni belliche in Medio Oriente, il settore del trasporto aereo europeo si troverà a fare i conti con una realtà fatta di scorte in esaurimento e rotte alternative ancora non pienamente operative. A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato Gediminas Ziemelis, fondatore e presidente di Avia Solutions Group, che in recenti interviste ha lanciato un avvertimento destinato a far tremare i poli: se l’attuale crisi dovesse protrarsi oltre poche settimane, assisteremo ai primi fallimenti tra le compagnie aeree globali. L’imprenditore, la cui holding opera da Dubai, ha paragonato lo scenario attuale a quello della pandemia, un periodo nel quale la domanda crollò e i velivoli rimasero a terra senza un orizzonte temporale definito per la ripartenza.
La tempesta perfetta tra carburante e costi di guerra
Il nodo della questione, come spesso accade in questo settore, è duplice e letale. Da un lato c’è la scarsità fisica del cherosene: l’Europa, che importa oltre il 40% del proprio fabbisogno, rischia di vedersi recapitare solo la metà del carburante abituale se non si troveranno soluzioni alternative in tempi brevi. Dall’altro, c’è il prezzo. Il costo del barile, schizzato da una forbice di 85-90 dollari fino a toccare punte di 150 o addirittura 200 dollari, sta erodendo i già sottili margini di profitto dei vettori. Il carburante, che di norma incide per circa un quarto sui conti operativi di una compagnia, ne rappresenta oggi una zavorra insostenibile. A ciò si aggiungono le folli impennate dei premi assicurativi per il rischio bellico; Ziemelis ha rivelato che la sola copertura per un volo in prossimità delle zone di conflitto può arrivare a costare fino a 50 mila dollari a tratta. Per far fronte a questa situazione, il gruppo Avia Solutions ha già iniziato a spostare una parte cospicua della propria flotta di 145 aerei verso mercati ritenuti più sicuri e redditizi, come quelli asiatici e brasiliani, lasciando in regione un solo velivolo dei sei impiegati in Medio Oriente.
Voli estivi e l’allarme dei grandi vettori
Se il 9 aprile segna l’inizio della fine per le scorte attuali, è l’estate il vero campo di battaglia. Nel corso di giugno, luglio e agosto, quando la domanda di viaggi raggiunge il suo picco fisiologico, il sistema potrebbe andare in pressione fino a rompersi. Lo ha ammesso senza troppi giri di parole l’amministratore delegato di Ryanair, Michael O’Leary, che ha paventato l’ipotesi concreta di dover cancellare una quota dei voli estivi, stimando un rischio compreso tra il 10% e il 25% delle forniture. Sebbene la compagnia irlandese abbia una copertura (hedging) sull’80% del fabbisogno a prezzi bloccati (circa 67 dollari al barile), il restante 20% è esposto a un mercato fuori controllo, dove si pagano oltre 170 dollari. Parallelamente, colossi come Lufthansa hanno già avviato piani di emergenza, valutando lo spegnimento di decine di aerei e l’abbandono delle rotte meno redditizie per sopravvivere all’estate. Le conseguenze pratiche per i passeggeri si tradurranno inevitabilmente in rincari dei biglietti – si parla di un aumento del 3-4% solo nel secondo trimestre dell’anno – e nella possibile scomparsa degli scali secondari, con un traffico concentrato solo sugli hub principali.
Un settore già a terra prima del decollo
Lo scenario che si profila all’orizzonte non riguarda solo i disagi per i turisti, ma una vera e propria morìa industriale. Le perdite complessive stimate per le principali venti compagnie aeree mondiali toccano già i 53 miliardi di dollari, con oltre 40 mila voli cancellati in dieci Paesi a causa della chiusura degli spazi aerei. I vettori con sede nella regione del Golfo, come Qatar Airways, flydubai e Air Arabia, stanno bruciando milioni di dollari al giorno e sono stati costretti a evacuare equipaggi e passeggeri in piena zona di guerra. In questo contesto di caos, Ziemelis ha voluto però sottolineare un aspetto ferocemente darwiniano: esattamente come accadde dopo il Covid, le aziende che riusciranno a resistere a questa tempesta si troveranno davanti a un mercato spazzato via dalla concorrenza, potenzialmente in grado di generare profitti record. Una prospettiva, questa, che per molti vettori minori rischia però di arrivare troppo tardi.




